"Imperare sibi maximum imperium est"

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sabato 24 gennaio 2015

Eurogiallo
La moneta unica europea riuscirà a festeggiare il 2016?



Aveva cominciato la banca centrale della Confederazione Elvetica il 16 gennaio scorso decretando la fine del cambio fisso Euro/Franco svizzero, anticipando così quello che alcune indiscrezioni davano per certo, ovvero che il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, avesse (già) deciso, vincendo le obiezioni di Berlino, di annunciare ufficialmente l’inizio di una politica di Quantitative Easing con riguardo all’Eurozona. Così è stato infatti: giovedì 22 gennaio Draghi ha convocato una conferenza stampa a Francoforte sul Meno esponendo il programma europeo di acquisto Titoli. Venerdì 16 gennaio scorso la Schweizerische Nationalbank (SNb) aboliva il “tetto” massimo di cambio tra Euro e Franco svizzero (CHF), fissato dall’istituto centrale elvetico a 1,20 CHF. Il Presidente della SNb, Thomas Jordan, così aveva commentato la decisione: “abbiamo concluso che era meglio uscire ora che tra 6 o 12 mesi quando il quadro potrebbe essere più difficile ovunque[fonte: ANSA 16/01/15]. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Christine Lagarde, si è detta “sorpresa” di non essere stata “contattata prima” dalle autorità bancarie centrali elvetiche. Ciò nonostante i mercati finanziari hanno dovuto prendere atto della decisione della SNb, così come del resto la stessa BCE.
Dopo tante dichiarazioni d’intenti infatti, Mario Draghi, in una conferenza stampa convocata alle 14:30 di giovedì 22 gennaio scorso, ha annunciato un vasto programma di QE, definito nel comunicato ufficiale della BCE “expanded asset purchase programme”, che partirà a marzo 2015 e terminerà nel settembre 2016, prevedendo l’acquisto mensile di Titoli (tra cui anche bond di Stato) per un valore massimo di 60 miliardi di Euro mensili. La mossa della BCE segue quella della banca centrale degli Stati Uniti (Federal Reserve) che tra gli anni 2008-2009 aveva attuato un programma di acquisto MBS (Mortgage-Backed Securities), anche per scongiurare, in quel particolare frangente, un possibile effetto domino conseguente all’esplodere della bolla dei cosiddetti titoli “tossici” subprimes. A dire il vero un primo ricorso a misure monetarie non convenzionali era già stato effettuato dalla BCE nel 2011 con una Longer-Term Refinancing Operation (LTRO) destinata a sostenere il sistema bancario europeo, senza peraltro sortire effetti considerevoli, nell’ambito del Securities Markets Programme. Sia FED che BCE hanno seguito l'esempio della "capostipite" di questo genere di interventi, vale a dire la Bank of Japan che attua politiche di QE già a partire dagli anni Novanta del secolo appena trascorso con l'obiettivo di combattere la deflazione.
Intanto la mossa della SNb sembra far presagire gli scenari peggiori per quanto riguarda i destini della moneta unica europea. Alcuni non nascondono infatti il sospetto che l’istituto centrale di Bundesplatz voglia in tal modo cautelarsi contro un’eventuale fine dell’Eurozona, soprattutto in considerazione del fatto che una buona parte delle sue riserve in valuta pregiata è in Euro. Questo nonostante il vice direttore della SNb, Fritz Zurbrugg nei giorni scorsi abbia affermato che: “Il montante delle riserve monetarie e la politica di gestione sono determinati unicamente dalle esigenze della politica monetaria. La riduzione delle riserve nella fase attuale non è prioritaria. Al contrario abbiamo segnalato il nostro intento di essere attivi nel mercato dei cambi in caso di bisogno[fonte: “Il sole24 ore”].

[fonte: Borsa Italiana]


Parole rassicuranti, almeno all’apparenza. Non la pensano così sull’altra sponda dell’Atlantico. Come scriveva infatti (il 12 gennaio 2015) il portale d’informazione economica e finanziaria “Wall Street Italia” l’Euro non è più irreversibile e le banche si stanno preparando al peggio: ”Broker e istituti come Citi e Goldman effettuano stress test e preparano piani di emergenza in caso di uscita della Grecia dall’area […] Citigroup, Goldman Sachs e società di brokeraggio come ICAP PLC intanto hanno già iniziato a condurre gli esami dei propri bilanci per non farsi trovare impreparati nel caso di un evento che segnerebbe un punto di non ritorno per l’euro”.
A spaventare i mercati e i principali operatori finanziari internazionali sono soprattutto le prossime elezioni per il rinnovo del parlamento greco (domenica 25 gennaio). Un sondaggio citato da “laRepubblica.it” giovedì 22 gennaio dava in vantaggio di cinque punti percentuali il partito di estrema sinistra Syriza sul centrodestra di Neo Demokratia, attestandosi a un soffio dal 37%, risultato che permetterebbe agli euroscettici greci di conquistare la maggioranza assoluta del Parlamento con 50 seggi, grazie al premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale greca.
L’ipotesi di un’uscita di Atene dall’Eurozona sarebbe per alcuni niente altro che fantapolitica. Non la pensano così però gli operatori finanziari di Bloomberg, i quali peraltro si stanno preparando a questo scenario già da almeno tre anni. Nel 2012 infatti, a Londra, sui terminali elettronici per il trading, Bloomberg aveva testato la sigla di una nuova moneta. Il mistero era durato poche ore. Quasi subito infatti era trapelata la notizia che il codice –XGD Curncy- corrispondeva a ‘Greek Dracma Post Euro’. Cliccando sul link del terminale compariva la scritta: “accesso vincolato all’emittore”, vale a dire lo Stato greco. La Grecia rappresenta da anni il “ventre molle” dell’Unione europea e dell’Eurozona, ma non solo. La sua importanza geopolitica si misura anche in proporzione al peso che potrebbe avere un suo smarcamento dalla sfera d’influenza euro-atlantica. La Grecia infatti, sebbene Paese non slavo, appartiene, per usare un’espressione coniata da Samuel Huntington (l’autore del saggio Lo scontro delle civiltà), alla “civiltà ortodossa”, al pari della Russia che sin dal XVI si è sempre proclamata erede della tradizione e civiltà greco-bizantina. Un suo avvicinamento economico e finanziario alla Federazione russa, ad esempio, potrebbe anche preludere ad una sorta di alleanza anche militare. Uno scenario che se oggi appare poco probabile, data anche la condizione finanziaria della Russia a seguito delle sanzioni cui è soggetta a seguito dell’annessione della Crimea (marzo 2014), ancora fino a pochi anni fa era tutt’altro che impensabile.

[fonte: it.ibtimes.com]


Ad esempio nel 2007 il commentatore militare dell’agenzia di stampa russa “RIA Novosti”, Nikita Petrov, scrisse come il governo di centro-destra dell’allora Primo Ministro greco, Kostas Karamanlis, stesse avviando negoziati con Mosca per la fornitura di tecnologia militare russa del valore di oltre 1,2 miliardi di Euro, nonostante Atene fosse a tutti gli effetti un membro della NATO. Petrov si chiedeva: “Come reagirà il Quartier Generale della NATO di Bruxelles?” La domanda non era di poco conto, se si considera che ogni Paese membro è tenuto ad avere tecnologia militare compatibile con gli standard NATO. La linea politica di Karamanlis non si arrestava al solo aspetto militare, ma riguardava anche il settore energetico. Secondo quanto scritto dal settimanale greco “Epikera” alcuni agenti di un “Paese europeo alleato di Atene” avrebbero intercettato le telefonate tra Karamanlis e il Presidente russo, Vladimir Putin. Allarmati dalla prospettiva di tali accordi questi agenti, con l’autorizzazione del loro Paese, avrebbero organizzato, nel 2008, un attentato contro il Primo Ministro greco. Il piano sarebbe stato sventato dall’intervento di agenti dei servizi segreti russi, i quali, entrati in azione nel centro di Atene, avrebbero avuto uno scontro a fuoco con gli attentatori, impedendo all’ultimo istante un epilogo drammatico. Recentemente inoltre altri due fattori hanno concorso a suscitare le rimostranze di Mosca. Da un lato il prelievo forzoso, ordinato nel 2013 da UE e BCE dai conti correnti delle banche di Cipro (formalmente sovrana e indipendente, ma strettamente legata ad Atene), dove sono presenti molti correntisti russi, e dall’altro il contenzioso per i diritti di sfruttamento del giacimento offshore di gas naturale “Afrodite” scoperto da poco (2011) al largo delle acque antistanti le coste cipriote. 

[fonte: LIMES -Rivista italiana di geopolitica]


Secondo le stime esso costituirebbe uno dei principali (se non il principale) giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo, con un potenziale stimato di 200 mld di metri cubi di riserve. Le autorità della Repubblica di Cipro hanno già concesso licenze di sfruttamento alla compagnia statunitense Nobel Energy Inc., alla francese Total e all’italiana ENI. Questa decisione è stata però contestata dalla Turchia. Per via della sua estensione l’ampia riserva è infatti oggetto dell’interesse di diversi Paesi; l’enorme giacimento è parte di un complesso che si estende su un’area marina che tocca le coste del Libano, della Siria, di Israele, dell’Egitto e della Striscia di Gaza. Intanto, proprio dalla Svizzera, nel 2012, (lo stesso hanno della comparsa della nuova Dracma sui terminali di Bloomberg), giungeva un indizio alquanto significativo circa il possibile destino dell’Euro. L’esercito svizzero aveva infatti messo in atto una curiosa esercitazione militare chiamata “Stabilo Due”. Le manovre contemplavano lo scenario ipotetico di un’Europa piombata nel caos a causa della fine della moneta unica e il conseguente afflusso di “profughi” verso i confini elvetici. L’anno successivo il copione si era ripetuto, grosso modo simile, seppur con una variante. Un’altra esercitazione militare, chiamata “Duplex-Barbara”, aveva simulato il caso di una Francia lacerata a causa dei debiti e intenzionata a saccheggiare le banche della vicina Svizzera. Parigi non prese molto bene la cosa e il Quai d’Orsay protestò, inutilmente, con il governo di Berna, che a quanto pare aveva preso molto sul serio i due scenari ipotizzati.

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