"Imperare sibi maximum imperium est"

"Imperare sibi maximum imperium est"
"Imperare sibi maximum imperium est"

domenica 7 dicembre 2014

Contro la Rosa Rossa
Lettura storica del “Riccardo III” di William Shakespeare













Non si può comprendere l’importanza del “Riccardo III” all’interno dei drammi di William Shakespeare dedicati alla storia inglese se non lo si colloca nella sua giusta sequenza temporale, rappresentata dall’inizio, l’acme e la conclusione della Guerra delle Due Rose, ovvero il periodo che fu propedeutico alla nascita della moderna Inghilterra, sancendone il passaggio, travagliato, dal Medio Evo all’Età Moderna. In tal guisa “La vita e la morte di Re Riccardo III” (The Life and Death of King Richard III) è intimamente legata all’opera che lo precede: l’ “Enrico VI”, nella quale Shakespeare mette in scena il sorgere delle contrapposizioni tra le due Case di Lancaster (simbolizzata dalla Rosa Rossa) e York (simbolizzata dalla Rosa Bianca), entrambe rami dello stesso albero dei Plantageneti. Il “Riccardo III” è inoltre, in un certo senso, anche l’opera dei primati. Non solo per la sua lunghezza, ma anche perché in esso troviamo ben tre re che si avvicendano sul Trono d’Inghilterra: Edoardo IV, Riccardo III e Enrico VII. 

Riccardo III di York


E’ inoltre forse l’unico tra i drammi storici in cui i personaggi femminili assumano un aspetto centrale, esercitando un ruolo politico, seppur indiretto, determinante, dapprima sancendo le fortune di Riccardo di Gloucester e in seguito la sua caduta. Va anche detto che questa peculiarità è forse parte del retaggio storico della Casa di York, giacché, a differenza dei Lancaster, essa fece discendere le proprie rivendicazioni al Trono per via matrilineare. Questo aspetto in realtà si ritrova anche nelle scene iniziali dell’ “Enrico V”, quando il giovane re Lancaster, consigliato dall’Arcivescovo di Canterbury e dal Vescovo di Ely, ritiene di potere sconfessare la validità della legittimità dei re francesi basata (secondo i due religiosi, pretestuosamente) sulla legge salica, in realtà da essi stessi, ovvero dai loro antenati, non rispettata.

Enrico V di Lancaster


In quanto “poeta di corte” di Elisabetta I Tudor (1533-1603), l’intento di Shakespeare non può non essere considerato (anche) sotto l’aspetto celebrativo degli antenati dei Tudor: Enrico IV (1367-1413), Enrico V (1387-1422) e sopratutto Enrico VII Tudor (1457-1509). Nel medesimo tempo, Riccardo III di York (1452-1585) viene dipinto come un feroce tiranno e il suo governo un regno del terrore a cui fu posto termine dal giovane Conte di Richmond (il futuro Enrico VII), augusto avo di Elisabetta. Se tuttavia si analizzano più nel dettaglio le opere del bardo inglese è possibile notare come questa dicotomia non sia in realtà così netta come appare. Le vicende storiche da cui nacquero le dispute che poi portarono alla Guerra delle Due Rose affondano le proprie radici negli ultimi anni di regno di Riccardo II Plantageneto. Conscio di questo aspetto, Shakespeare dedicò a questo sovrano una tragedia all’interno del suo vasto affresco strorico-teatrale. Così  che sono ben cinque i drammi storici tra essi legati: il “Riccardo II”, l’ “Enrico IV” (in due parti), l’ “Enrico V”, l’ “Enrico VI” (in tre parti) e infine il “Riccardo III”. Queste opere coprono ottantasei anni di storia inglese, dalla deposizione di Riccardo II (1377-1399), per opera di Enrico Bolingbroke di Lancaster, nel 1399, alla morte di Riccardo III di York e conseguente ascesa al Trono (1485) del capostipite della dinastia Tudor, Enrico VII.
Dal “First Folio” (Mr. William Shakespeare Comedies, Histories, & Tragedies, Published according to the True Originall Copies) sappiamo che Shakespeare mise mano per primo al dramma dell’ “Enrico IV” tra il 1588 e il 1592. Tra il 1591 e il 1594 compose invece il “Riccardo III”, mentre tra il 1594 e il 1595 scrisse il “Riccardo II”. Infine, solo nel 1596 affrontò la stesura dell’ “Enrico IV” e, poi, dell’ “Enrico V” (1599). L’inizio della stesura dell’ “Enrico IV” coincise con il 30° anno di regno di Elisabetta I Tudor e con la vittoria (8 agosto) della flotta inglese, comandata da Sir Francis Drake, sull’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna, il quale, in quanto consorte regnante della defunta (e cattolica) Maria I Tudor (1496-1533) sorella di Elisabetta I, rivendicava il potere sovrano sull’Inghilterra.

Riccardo III di York (a sinistra) e Enrico VII Tudor (a destra)


Molto si è discusso sull’origine dei due simboli tradizionalmente associati alle due Case di Lancaster e York. Oggi si è concordi nell’affermare che i primi storicamente ad adottare consapevolmente la rosa rossa furono i Tudor, seppur con una variante, peraltro significativa. Ad essa sovrapposero una, più piccola, rosa bianca, per simboleggiare l’unione delle due casate sancita dal matrimonio di Enrico, Conte di Richmond, poi Re d’Inghilterra, con Elisabetta Woodwile, figlia di Edoardo IV di York. Questo tipo di rosa, diffusa in molti degli edifici in stile Tudor, è divenuta nota in seguito come “rosa dei Tudor”, finendo poi per entrare nel patrimonio araldico inglese, ben oltre gli anni di regno dei discendenti di Enrico VII, come attesta, ad esempio, un ritratto di Giacomo I Stuart (1566-1625), raffigurato assiso sul Trono d’Inghilterra all'ombra di una rosa rossa. Secondo una tradizione oramai accettata, le due rose furono scelte dai sostenitori delle rispettive casate nel giardino della chiesa del Tempio a Londra (Temple Curch). E’ Shakespeare stesso a inaugurare questa tradizione mettendola in scena nell’ “Enrico VI parte I”. La citazione (e il conseguente, ulteriore, rimando simbolico) shakespeariana non è di poco conto. Esistente ancora oggi, il “Temple district” rappresenta il cuore della City di Londra, dove si trovano la Inner Temple e la Middle Temple, le due antiche e prestigiose scuole di diritto (Inns of Court) dove si formano i grandi avvocati (barrister) e i magistrati inglesi. La chiesa è così chiamata perché di origine templare; fu infatti edificata nel XII secolo dall’Ordine del Tempio come sede londinese. Nel corso del XIV secolo, soppresso l’Ordine Templare, fu incamerata dalla Corona, che poi la cedette ai Cavalieri di Malta, per poi rientrarne in possesso dopo lo scisma anglicano. A testimonianza del suo passato, nella parte più antica del complesso templare, la Round Curch, sono visibili ancora oggi le effigi in pietra di nove cavalieri templari. Nel 1871 l’artista John Pettie ritrasse l’episodio evocato da Shakespeare intitolandolo appunto “La scena nel Giardino del Tempio”. Nel 1908 invece a Henry Arthur Payne fu commissionata la decorazione di un’ala del palazzo di Westminster. Ispirandosi anch’egli a questo episodio realizzò l’opera allegorica “The Plucking of the Red and White Roses in the Temple Garden”, ancora oggi visibile nell’ala est di Westminster.

John Pettie, "La scena nel Giardino del Tempio" (1871)


Anche le lettere in prosa diedero il loro contributo ad alimentare il mito della Guerra delle Due Rose. Nel 1829 infatti lo scrittore scozzese Sir Walter Scott scrisse il racconto Anna di Geierstein, nel quale narrava la missione segreta di due partigiani dei Lancaster nei territori svizzeri allora soggetti al Ducato di Borgogna (il cui Duca, Carlo il Temerario, 1433-1477, era alleato degli York). Nel 1883, un altro autore scozzese, Robert Louis Stevenson, pubblicò il famoso romanzo La freccia nera, ambientandolo durante gli ultimi anni di regno di Enrico VI, quando la lotta tra Lancaster e York, oramai entrati in aperto contrasto, ovvero dopo le esplicite rivendicazioni del 3° Duca di York (1411-1460), Riccardo (padre dei futuri re Edoardo IV e Riccardo III), iniziarono a farsi più accese. Vi è, in vero, un altro legame che unisce la Casa di Lancaster al simbolismo della rosa rossa. Il terzogenito di Edoardo III Plantageneto (1312-1377), Giovanni di Gand (italianizzazione di John of Gaunt, 1340-1399) e 1° Duca di Lancaster (nonché padre di Enrico IV), fu protettore del letterato e diplomatico Geoffrey Caucher (1343-1400), il quale, oltre ad essere ricordato quale padre della letteratura inglese (scrisse i “Racconti di Canterbury”), fu anche il primo nelle isole britanniche a tradurre, seppur parzialmente, il Roman de la Rose, celeberrimo romanzo allegorico medievale francese, tradotto anche in Italia da Dante con il titolo Il Fiore.



Dopo la deposizione di Riccardo II, i Lancaster sedettero sul Trono di San Giacomo per tre generazioni, fino ad Enrico VI. Non furono anni totalmente privi di tentativi volti a riportare la corona inglese in seno alla Casa di York. Famosa rimane, ad esempio, la congiura di Southampton (chiamata dagli storici inglesi “Southampton Plot”), capeggiata da Riccardo di Conisburgh 3° Conte di Cambridge (1375-1415), Henry Srope 3° Barone Scopre of Masham (Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera) e Sir Thomas Grey Cavaliere di Northumberland. Colui il quale viene considerato l’ispiratore della congiura, il Conte di Cambridge, era egli stesso un appartenente, per vie collaterali, alla Casa di York: era infatti figlio terzogenito del 1° Duca di York, Edmondo di Langley (1341-1402), (ultimogenito di Edoardo III Plantageneto) e inoltre aveva sposato Anna Mortimer (1390-1411) primogenita di Ruggero Mortimer 4° Conte di March (1374-1398), designato da Riccardo II come suo erede. L’obiettivo dei cospiratori era quello di porre sul Trono, quello che (secondo la loro visione), era il legittimo sovrano: Edmondo Mortimer 5° Conte di March  (1391-1425), fratello di Anna, quindi cognato di Riccardo di Conisburgh e perciò legittimamente ancora investito dei diritti di successione al Trono appartenuti al padre. Edmondo, al corrente dei piani, si mostrò tuttavia leale verso Enrico V, rivelandogli le intenzioni dei tre, fatto che permise il loro arresto e la conseguente esecuzione capitale (5 agosto 1460), dopo essere stati riconosciuti colpevoli di tradimento. L’episodio viene ricordato da Shakespeare nell’Atto II, scena II, dell’ “Enrico V”.
La morte di Riccardo di Conisburgh non segnò però la fine delle rivendicazioni del partito yorkista. Suo figlio infatti, Riccardo (futuro 3° Duca) di York, nel 1425 si dichiarò pretendente al Trono innescando la fase più acuta di quella lotta dinastica che in seguito fu chiamata Guerra delle Due Rose.
Riccardo di York era, sotto certi aspetti, il pretendente perfetto, poiché, a partire da un certo periodo della sua vita, assommò sulla sua persona alcune caratteristiche che lo rivestirono di un considerevole potere, garantendogli per conseguenza un largo consenso tra molti esponenti della nobiltà inglese. In questo fu anche aiutato dalla circostanza per cui Enrico VI di Lancaster, allora regnante, si era mostrato incapace di mantenere buona parte delle conquiste raggiunte dal padre, Enrico V, in terra francese, benché portasse (nominalmente) il titolo di Re di Francia, insieme a quello d’Inghilterra. Una serie di lutti familiari fecero di Riccardo uno dei maggiori possidenti e magnati dell’aristocrazia inglese. Nato Riccardo Plantageneto il 21 settembre 1411 in Irlanda (il nonno materno era Conte dell’Ulster e Lord Luogotenente d’Irlanda) rimase presto orfano di entrambi i genitori: aveva infatti solo quattro anni quando suo padre fu giustiziato da Enrico V per avere guidato la congiura di Southampton, mentre la madre morì dandolo alla luce. Lo stesso anno in cui perse il padre, nel 1415 (esattamente il 25 ottobre) morì anche lo zio, Edoardo 2° Duca di York, caduto nella celebre battaglia di Anzicourt, la cui vittoria arrise a Enrico V. Dalla Corona gli fu assegnato come tutore Ralph Neville 1° Conte di Westmoreland. I Neville da esponenti della piccola nobiltà erano stati elevati alla Parìa da Riccardo II Plantageneto e rappresentavano una tra le famiglie più influenti del regno (anche in virtù delle loro ricchezze personali) tanto da essere destinati ad assumere, soprattutto con Richard Neville 16° Conte di Warwick, un ruolo determinante per l’esisto della Guerra delle Due Rose. A dare un contributo significativo a questa rapida ascesa ci pensò lo stesso Conte di Westmoreland organizzando il matrimonio tra sua figlia, Cecile Neville, e Riccardo. Nel 1425, inoltre, morì l’altro zio di Riccardo, Edmondo Mortimer 5° Conte di March, che, senza discendenti, lasciò i suoi titoli e i relativi possedimenti al nipote. Nel giro di pochi anni Riccardo divenne quindi 3° Duca di York, 4° Conte di Cambridge, 6° Conte di March e 8° Conte dell’Ulster, nonché (giovane) sposo della rampolla di un’altra facoltosa e influente famiglia, i Neville appunto. Ma soprattutto, in quanto erede del 5° di March, era anche titolare di legittimi diritti di successione al Trono. Una successione negata dai Lancaster sulla base dell’atto con il quale, nel 1399, Enrico di Bolingbroke, davanti al Parlamento di Londra depose Riccardo II Plantageneto, senza considerare i diritti di successione già riconosciuti da Riccardo II a Ruggero Mortimer 4° Conte di March. Le radici delle contrapposizioni dinastiche che poi portarono alla Guerra delle Due Rose affondano infatti negli ultimi anni di regno di Riccardo II. Il sovrano Plantageneto era nipote di Edoardo III che aveva avuto sei figli: quatto maschi e due femmine. Il primogenito ed erede al Trono, Edoardo di Galles (1330-1376), detto il Principe Nero, era morto prima che potesse ereditare la Corona. Ciò determinò l’ascesa al Trono di suo figlio, Riccardo II, il quale senza discendenti diretti scelse come suo successore Ruggero Mortimer 4° Conte di March, in virtù del fatto che egli era nipote del secondo maschio (e quartogenito) di Edoardo III, Lionello di Anversa (1338-1368), la cui figlia, Filippa Plantageneta (1335-1382), aveva sposato Edmondo Mortimer 3° Conte di March. Anna Mortimer, figlia del 4° Conte di March, aveva sposato il cugino, Riccardo di Conisburgh, terzogenito del sestogenito di Edoardo III, Edmondo di Langley 1° Duca di York.

Riccardo Plantageneto 3° Duca di York


Sulla base di queste ascendenze, dunque, de jure, il ramo di York fece derivare le proprie rivendicazioni al Trono per via matrilineare, ovvero da Anna Mortimer, nipote del quartogenito di Edoardo III Plantageneto (Lionello di Anversa, 1° Duca di Clarence) e primogenita di Ruggero Mortimer 4° Conte di March, erede designato di Riccardo II. Mentre de facto trassero il nome del proprio casato dal titolo ducale dello sposo di Anna Mortimer, Riccardo di Conisburgh 3° Conte di Cambridge e terzogenito di Edmondo di Langley  (sestogenito di Edoardo III Plantageneto) 1° Duca di York, fratello di Giovanni di Gand 1° Duca di Lancaster (quintogenito di Edoardo III Plantageneto) e zio di Riccardo II (1367 – 1400). Enrico di Bolingbroke, figlio di Giovanni di Gand, depose Riccardo II nel 1399 mentre erano ancora validi i diritti di successione di Edmondo Mortimer 5° Conte di March, fratello di Anna Mortimer, i cui titoli, alla sua morte, passarono al nipote, Riccardo di Conisburgh, che a sua volta li trasmise a suo figlio, Riccardo Plantageneto 3° Duca di York. Stante questo scenario la fazione dei Lancaster può essere definita realista, mentre quella degli York legittimistaEcco perché, dunque, nell’ “Enrico VI parte III”, (Atto I, scena I), Shakespeare fa recitare ai due contendenti, Enrico VI di Lancaster e Riccardo di York, e ai loro partigiani le seguenti battute:

<< […]

-ENRICO VI- Per qual ragione, York, tu vuoi depormi? Siamo, tu ed io, Plantagenèti, entrambi discendenti da due fratelli. Supponiamo pure che in linea di diritto e d’equità, spetti a te d’esser Re … Pensi tu dunque ch’io m’induca a cedere quel regal trono sul quale mio nonno e mio padre sedettero da Re? No! Prima che ciò avvenga, sia la guerra a ridurre spopolato questo mio regno; e codesti vessilli che tante volte garrirono in Francia ed ora - a grave strazio del mio cuore, in Inghilterra - siano il mio sudario!… Perché restate lì, muti e perplessi, miei signori? Il mio diritto è valido, di gran lunga più valido del suo!

-WARWICK- Provalo, Enrico, e sarai tu il Re!

-ENRICO VI- Mio nonno, Enrico Quarto, ottenne la corona per conquista!

-RICCARDO DI YORK- No, fu per ribellione al suo sovrano!

-ENRICO VI- (Tra sé) Non so cosa rispondergli … in verità, il mio titolo è debole … (Forte a York) E, ditemi, un sovrano, non può adottare un erede?

-RICCARDO DI YORK- E con ciò?

-ENRICO VI- Con ciò, io sono Re a pieno titolo, perché Riccardo, innanzi a molti Pari, rassegnò la corona a Enrico Quarto dal quale poi l’ereditò mio padre di cui sono l’erede

-RICCARDO DI YORK- Non è vero! Riccardo fu costretto con la forza a rinunciare al regno, dopo che Enrico s’era ribellato a lui, ch’era suo Re >>

Qui Shakespeare si riferisce all’Atto III, scena terza, del suo “Riccardo II”, durante il quale viene rappresentata la forzata abdicazione di Riccardo II a favore di Enrico Bolingbroke, figlio di Giovanni di Gand 1° Duca di Lancaster. Nel dramma shakespeariano la disquisizione sulla legittimità delle rivendicazioni di Riccardo di York prosegue fino a far riconoscere perfino al Duca di Exeter, zio di Enrico VI di Lancaster, la validità dei fondamenti giuridici esposti dalla fazione di York. “Avvocato” delle argomentazioni di York è Richard Neville 16° Conte di Warwick, in quel momento il più influente Pari d’Inghilterra, talmente da essere poi definito “the Kingmaker”, il creatore di Re.

<< -WARWICK- Ed anche supponendo, miei Signori, ch’egli lo avesse fatto non costretto … pensate che ciò sia pregiudizievole al diritto di York a reclamare la corona? >>

A questo punto il Duca di Exeter riconosce egli stesso la fondatezza delle rivendicazioni di York

<< -EXETER- No, perché avrebbe potuto rassegnarla solo a patto di far comunque salvo al suo diretto erede il diritto a succedergli nel regno >>

L’erede legittimo, poiché Riccardo II non aveva discendenti, era appunto Ruggero Mortimer 4° Conte di March, la cui madre, Filippa Plantageneta, era figlia di Lionello di Anversa 1° Duca di Clarence e quartogenito di Edoardo III, quindi zio di Riccardo II. Nello svolgimento del dramma shakespeariano oramai il quadro giuridico della legittima successione al Trono è chiaro ad entrambi gli schieramenti, nonostante il trasecolare di Enrico VI:

<< -ENRICO VI- Exeter, anche tu contro di me?

-EXETER- Suo è il diritto, e perciò perdonatemi

-RICCARDO DI YORK- E voi, Signori, perché state lì a bisbigliare tra voi, senza rispondere? >>

A questo punto la conclusione del Duca di Exeter è lapidaria e non lascia scampo a Enrico VI:

<< -EXETER- La mia coscienza mi dice che York è Re legittimo



[…] >>

Enrico VI di Lancaster




Probabilmente, il dialogo composto da Shakespeare non corrisponde storicamente alle parole esatte che le due fazioni si scambiarono. Questo sebbene Shakespeare abbia voluto dare alle sue opere una autentica patente di storicità, così come peraltro rivelano i titoli dei suoi drammi, come, ad esempio quello dedicato ad Enrico V, intitolato appunto "The Chronicle History of Henry The Fifth". Ciò non ostante esso rispecchia appieno la sostanza del contendere. Quel che seguì infatti è storia: Riccardo Plantageneto dopo un’iniziale esitazione, frutto di una tattica temporeggiatrice, prese apertamente le armi contro Enrico VI e i Lancaster. Le schermaglie iniziali segnarono punti a suo favore fino ad ottenere che il Re e il Parlamento lo riconoscessero erede della Corona alla morte di Enrico VI. Ma nel dicembre del 1460 i lancasteriani, guidati dalla risoluta Regina Margherita d’Angiò (1430-1482), presero d’assedio il castello del Duca di York e il 30 dello stesso mese diedero battaglia alle forze yorkiste a Wakefield. La sorte fu spietata con Riccardo, perché sconfitto fu ucciso insieme al figlio diciassettenne, Edmondo Conte di Rutland (1443-1460). Dopo essere stato decapitato la sua testa, cinta da una corona di carta in segno di beffa, fu appesa su una picca. Le fortune della Rosa Rossa durarono tuttavia breve tempo. Nell’arco di pochi mesi infatti gli York, guidati dai tre figli di Riccardo: Edoardo Conte di March (1442-1483), Giorgio (1449-1478) e Riccardo (in seguito creati rispettivamente Duca di Clarence e Duca di Gloucester), si riorganizzarono e il primo riuscì a farsi proclamare Re con il nome di Edoardo IV (4 marzo 1461). La risolutezza della Regina Margherita d’Angiò tuttavia spinse i lancasteriani ad un’ulteriore rivalsa. Ma nella battaglia di Townton (29 marzo) le forze fedeli a York misero in fuga sia la Regina che Enrico VI. Nel 1465 infine Enrico VI fu imprigionato nella Torre di Londra. Nel 1470 il Conte di Warwick alleatosi dapprima con Giorgio di Clarence,  poi con i Lancaster, per spodestare Edoardo IV riuscì a riporre sul Trono Enrico VI. 


la Rosa dei Tudor


La restaurazione dei Lancaster fu effimera, perché già nel 1471 Edoardo IV, sbarcato dalla Francia, dove nel frattempo si era rifugiato, convinse il fratello Giorgio di Clarence a lasciare le fila del Conte di Warwick che, cadde a Barnet (nord di Londra), fece prigioniera la Regina Margherita d’Angiò e uccise l’erede di Enrico VI, Edoardo di Lancaster (1453-1471), nella battaglia di Tewkeskbury (4 maggio). L’uccisione di Enrico VI suggellò il trionfo degli York. Edoardo IV, che nel 1478 fatto giustiziare il fratello Giorgio Duca di Clarence per tradimento, poté regnare e governare senza oppositori e ulteriori contrasti. Dopo di lui solo altri due York cinsero la corona: il suo primogenito, Edoardo V,  e lo zio di questi, il Duca di Gloucester, che divenne Re Riccardo III d’Inghilterra, dopo avere fatto dichiarare illegittimi dal Parlamento i figli del defunto fratello.

Nessun commento:

Posta un commento