"Imperare sibi maximum imperium est"

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giovedì 28 agosto 2014




Fantasmi inglesi
 




Uno spettro si aggira per l’Europa, evocato niente meno che dal Primo Ministro del Governo di Sua Maestà britannica, il Right Honourable David Cameron. L’ambientazione non è però rappresentata dalle stanze di un vetusto castello della verde campagna inglese, bensì i corridoi asettici dell’Unione europea. Mentre strumento e formulario dell’operazione evocatoria non è qualche misterioso grimoire contenente segreti di magia, ma la politica. Lo spettro in questione ha infatti le fattezze della minacciata fuoriuscita del Regno Unito dalla Ue. Bersaglio della stoccata inglese è soprattutto la politica della Cancelliera tedesca Angela Merkel. Motivo: la, recente, nomina a capo della Commissione Ue del lussemburghese Jean-Claude Junker. Almeno ufficialmente.

Sì perché a questo punto il mistero si infittisce ulteriormente. In realtà Londra sarebbe scontenta della relazione speciale, ma soprattutto segreta, che la Merkel e il Presidente russo, Vladimir Putin, starebbero coltivando all’ombra della comunità internazionale. Secondo quanto riportato infatti il 31 luglio scorso sulla prima pagina del quotidiano inglese “Independent”, i due leaders avrebbero discusso, e a quanto pare concordato, un piano segreto per risolvere la delicata crisi ucraina. Un’exit strategy che salverebbe capra e cavoli. Da un lato infatti permetterebbe il ripristino, in condizioni di normalità, delle relazioni commerciali tra Europa e Federazione russa e dall’altro consentirebbe a Mosca di vedere riconosciute quelle garanzie che dall’inizio della crisi va chiedendo nei confronti delle popolazioni filo-russe dell’Ucraina orientale, il tutto salvaguardando la sicurezza degli approvvigionamenti energetici dalla Russia verso l’Europa attraverso i gasdotti ucraini. L’iniziativa però non sarebbe piaciuta a Londra. Da qui la minaccia di uscire dall’Unione europea, magari tramite un referendum, subito seguita da un azione concreta, ovvero il rimpasto di governo con il quale Cameron ha congedato i ministri più filo europeisti del suo Gabinetto. Un segnale chiaro, peraltro salutato con, pressoché, unanime consenso dalla stampa britannica. Rivolgendosi al Primo Ministro il “Sun” aveva titolato: “Cam, siamo in guerra con l’Europa”. Più diplomatico, ma sostanzialmente conforme allo stesso concetto, un editoriale del prestigioso “Financial Times” nel quale si salutava la linea politica di Cameron come un “cambiamento storico di potere all’interno della Ue”. L’iniziativa segreta russo-tedesca non è stata gradita (a quanto pare non solo da Londra, ma anche da Washington) perché, tra gli altri punti, prevederebbe un’Ucraina neutrale, ovvero non facente parte della NATO e il riconoscimento internazionale dell’annessione della Crimea, sancita unilateralmente da Mosca e, fin’ora, mai accettata in seno alle Nazioni Unite. In cambio i russi non interferirebbero nelle relazioni commerciali tra Kiev e la Ue e sarebbero disposti a versare 1 miliardo di Dollari al governo ucraino quale compensazione per la perdita del canone di affitto versato da Mosca fino a marzo scorso per l’uso della base navale di Sebastopoli, sede della Flotta russa del Mar Nero. Non solo, Mosca sarebbe anche disponibile a riprendere i negoziati tra Gazprom e Kiev per la fornitura di gas sulla base dei prezzi “politici” in vigore prima dello scoppio della crisi. Il sostegno della stampa britannica alla linea aggressiva di Cameron avrebbe peraltro suscitato la reazione della controparte tedesca. Da un quotidiano della Germania sarebbe infatti scaturito, per primo, lo scoop che attribuiva la (presunta) reale responsabilità dell’abbattimento del Boeing 777 delle Malaysia Arilines colpito in volo, il 17 luglio scorso, sui cieli dell’Ucraina orientale, mentre percorreva una rotta civile proveniente da Amsterdam, ad un pilota dell’aviazione militare ucraina.

La svolta anti Ue voluta da Cameron non è l’unica spina che punzecchia il fianco della Cancelliera tedesca. Recentemente Berlino ha infatti dovuto fare i conti con alcuni strascichi del caso “Datagate” (o “Nsagate”), quando ha scoperto che un giovane agente del Bnd (Bundesnachrichtendienst –Servizio Informazioni Federale) aveva passato (a quanto pare in cambio di denaro) informazioni riservate a Washington. L’ira del governo tedesco non si è fatta attendere: l’infedele 007 è stato subito arrestato e la Merkel ha ordinato l’espulsione ipso facto del capo dell’intelligence statunitense in Germania. L’episodio è solo la punta di un iceberg che ha rischiato di travolgere la credibilità del governo tedesco in un momento delicato per la leadership di Berlino in Europa. Recentemente voci riguardanti i dati sulla corruzione che interesserebbe anche la “locomotiva d’Europa”, (secondo uno studio di Friedrich Schneider, docente all’Università di Linz ed esperto di “economia sommersa”, il giro di tangenti in Germania nel 2012 sarebbe stato di 250 miliardi di Euro), avevano infatti lasciato credere ad alcuni che si stesse dinnanzi ai prodromi di una tangentopoli tedesca. Soprattutto quando, nel 2012, un’inchiesta della magistratura tedesca per corruzione toccò i piani alti delle istituzioni costringendo il compagno di partito (CDU –Christlich Demokratische Union Deutschlands, “Unione Cristiano Democratica di Germania”) della Merkel, Christian Wulff, a dimettersi dalla carica di Presidente della Repubblica federale. A poco o nulla valse poi che Wulff venisse assolto con formula piena il 27 febbraio scorso: oramai il danno, d’immagine, era fatto. La scoperta, inoltre, che l’intelligence statunitense aveva ripetutamente intercettato le comunicazioni telefoniche di buona parte della compagine governativa e istituzionale tedesca (compreso il cellulare della stessa Cancelliera) non ha contribuito a rasserenare il clima. Tanto che la Merkel, con tempestività teutonica, è subito corsa ai ripari per, come ha affermato il presidente dell’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione, Hans-Georg Maasen, “rafforzare le difese dallo spionaggio dei Paesi amici”. Nel concreto Berlino si appresterebbe a dotare i suoi vertici istituzionali di duemila nuovi cellulari anti intercettazione. I dispositivi, uno dei quali sarebbe già stato sfoggiato dalla Merkel al recente vertice europeo di Ypres, sarebbero dotati di un processore crittografato in grado proteggere chiamate, sms e e-mail scambiate tra due dispositivi uguali. Il nuovo cellulare sarebbe inoltre totalmente “made in Germany”, perché prodotto dall’azienda tedesca Secusmart al costo di 2.000 Euro per esemplare.




A ben guardare lo sfondo lungo il quale si consuma la diatriba anglo-tedesca è quello di una Ue tutt’altro che granitica. Gravi questioni politiche, economiche e finanziarie ne scuotono infatti le fondamenta. A cominciare dalla questione posta nel maggio scorso con il significativo risultato elettorale conseguito da alcuni partiti euro scettici. In secondo luogo il fallimento e successivo salvataggio, tra luglio e agosto scorsi, del Banco Espirito Santo, importante istituto bancario portoghese. Il caso dell’istituto portoghese è particolarmente significativo e potrebbe forse costituire anche un precedente per (eventuali) futuri salvataggi di altre realtà finanziarie dell’Eurozona. E’ stata infatti la stessa Commissione Ue a dare il via al salvataggio, tramite la creazione di una “bad bank” in cui riversare le sofferenze e i titoli “tossici”, al fine di prevenire possibili rischi sistemici non solo per il settore bancario portoghese ma perfino per quello europeo. La delicata operazione è stata affidata al “Fondo per la risoluzione delle banche portoghesi”, creato nel 2012 da Lisbona proprio su input della “troika” Ue-FMI-BCE, il quale verserà 4,4 mld di Euro (4,9 secondo altre fonti) ritenuti necessari per la ricapitalizzazione.

Da ultime le dichiarazioni del presidente della BCE, Mario Draghi, il quale il 7 agosto aveva dichiarato che per superare lo stallo in cui versa la crisi dell’Eurozona e in generale della Ue è necessaria una (ulteriore) cessione di sovranità da parte degli Stati. Una sovranità (residua) peraltro già di per sé limitata dai rigidi vincoli di Bruxelles. Verrebbe quasi da dire (con una battuta) che il vero deficit nella Ue non sia rappresentato dalle voci di bilancio bensì dalla mancanza di rappresentanza tra base e vertice della piramide, ovvero dall’assenza di adeguati strumenti di scelta democratica (anche diretta; oggi ad esempio buona parte delle decisioni non vengono discusse e deliberate nel Parlamento europeo ma in seno alla Commissione) capaci di assicurare quel balance of power fondamentale per l’equilibrio di un’architettura complessa ed elefantiaca come quella dell’Unione europea.

Senza evocare scenari orwelliani, basti considerare che questa tematica viene affrontata da alcuni osservatori e commentatori già da alcuni anni. In Italia, ad esempio, è il caso dell’antropologa Ida Magli, che ha dedicato a queste problematiche vari articoli e ben due saggi. Il primo, Contro l’Europa del 1997 (ripubblicato in una nuova edizione aggiornata nel 2001), accompagnava il lettore tra i meandri del “Trattato di Maastricht”. Il secondo (del 2010), dal titolo più che esplicito, La dittatura europea, affronta, tra gli altri, il tema delle origini storico-filosofiche di quella che può essere definita l’ “ideologia europeista”, storicamente radicata (secondo l’autorevole studiosa) in un “irenismo” utopistico e come tale pervasa dal vizio di origine di tutte le utopie, ovvero la lucida e scientifica volontà di livellamento di ogni ostacolo (popoli compresi) che si ponga lungo la strada che dovrebbe condurre alla realizzazione del piano finale.

Non è forse un caso allora se le prime insofferenze ufficiali verso una Ue sempre più Leviatano (o Moloch, a seconda dei gusti) siano giunte (al netto di ogni segreta intesa russo-tedesca cui si accennava) proprio dall’Inghilterra, ovvero il Paese nel quale la (moderna) rappresentanza democratica nacque fondandosi sul principio di “no taxation without representation”.

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