"Imperare sibi maximum imperium est"

"Imperare sibi maximum imperium est"
"Imperare sibi maximum imperium est"

giovedì 17 luglio 2014



Abbandonare Israele: errore strategico




Israele in questi giorni sta vivendo e affrontando l’ennesimo scontro con Hamas, la struttura palestinese nata da una costola dell’organizzazione fondamentalista islamica dei “Fratelli Musulmani” (oggi fuori legge in Egitto, Paese nel quale sorse sul finire degli anni Venti del XX secolo) e che controlla de facto la Striscia di Gaza.
Il rapimento di tre adolescenti israeliani e il loro barbaro assassinio non è bastato perché la comunità internazionale intervenisse a sostegno dello Stato ebraico. Nemmeno la minaccia rappresentata dal continuo lancio di razzi sui centri abitati israeliani (e sull’aeroporto internazionale civile di Tel Aviv, “Ben Gurion”) pare sufficiente perché si prenda posizione condannando fermamente le aggressioni del movimento palestinese. Invece sia la Ue, sia il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nonché il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, hanno sollecitato il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu a non compiere mosse azzardate. Questa volta però i razzi sono arrivati tremendamente vicino al cuore di Israele. Non solo su Tel Aviv, ma perfino su Gerusalemme, dove nei giorni scorsi è risuonato l’allarme aereo. Solo l’efficienza del sofisticato sistema di difesa anti-missili israeliano “Iron dome” ha permesso che si evitasse una strage tra i civili e devastazioni di edifici. La tanto temuta (sia dalle cancellerie internazionali che dalle rispettive opinioni pubbliche) reazione massiccia israeliana via terra fin’ora non è scattata. Il governo israeliano si è limitato a incursioni dissuasive dell’aviazione militare e operazioni mirate condotte dalle forze speciali della Marina militare. Segno che, forse, Israele non è quel “mostro” che molti credono e che Netanyahu, pur appartenendo ad un partito della destra israeliana (Likud) sa essere un leader moderato e responsabile, attento anche alle possibili ripercussioni politiche in ambito internazionale che potrebbero derivare da un massiccio intervento terrestre. Fino ad ora infatti, Israele si è limitato a colpire obiettivi selezionati, come i centri di lancio dei razzi e i capi dell’ala militare di Hamas, ovvero le Brigate Ezzedin al-Qassam (Brigate del martire ‘Izz al-Din al-Qassam, così chiamate in memoria di Izz al-Din al-Qassam, il capo della “Grande rivolta araba” che tra il 1936 e il 1939 oppose gli arabi palestinesi, che decisero di insorgere, alle autorità britanniche titolari del Mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina). Come si diceva sopra, quello che stupisce è la reazione della comunità internazionale, che, senza una condanna ferma, di fatto, contribuisce, indirettamente, a legittimare l’aggressione di Hamas nei confronti dello Stato ebraico.
Questo nonostante le Brigate al-Qassam, al pari di Hamas, (si veda il documento del Consiglio europeo 2005/847/PESC del 29 novembre 2005) siano incluse dalla Ue nella lista delle organizzazioni terroristiche. Non solo. Chi si prendesse la briga di leggere lo statuto di Hamas vi troverebbe l’esplicita dichiarazione inneggiante alla distruzione dello Stato di Israele. Nel preambolo del documento (datato 1988) si cita infatti una frase attribuita ad Hassan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani, che recita: “Israel will exist and will continue to exist until Islam will obliterate it, just a sit obliterated others before it” (“Israele esisterà e continuerà ad esistere finché l’Islam non lo cancellerà, proprio come ha cancellato altri prima di esso”). Chiaro, anche ad orecchie profane, il riferimento implicito al passato islamico, in particolare ai secoli contraddistinti dalla lotta contro gli Stati crociati in Terrasanta). Da qui la visione di Israele come “Stato crociato” da abbattere, prima o poi. Una posizione ideologica condivisa da uno dei più stretti alleati nonché modello di riferimento per Hamas nell’area mediorientale: Hezbollah. Talmente condivisa che Hezbollah, nella sua roccaforte a Marun-ra’s (nei pressi di Bint Gubayl, sull’altopiano che domina la Galilea), ha posto un cartellone illuminato recante la scritta: “Gerusalemme, attenta, stiamo arrivando”. Eppure, nonostante ciò, la diplomazia internazionale continua a mostrarsi indulgente con Hamas. Terzo punto, non meno rilevante dei primi due, Hamas, nel 2007, prese il potere in maniera illegittima, ovvero manu militari, cacciando da Gaza i rappresentanti dell’Autorità Nazionale Palestinese. Da quel momento la Striscia di Gaza è diventata di fatto un’exclave sotto il dominio di Hamas. Quest’ultimo aspetto, soprattutto, dovrebbe far riflettere quanti si dicono sostenitori della causa palestinese. Il 18 giugno 2007, ad esempio, il Presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) emise un decreto che metteva fuori legge le milizie di Hamas. Perfino la Giordania, i cui sovrani sono discendenti diretti (in quanto appartenenti al clan dei Banu Hashim), del Profeta, guarda con sospetto a questa organizzazione.



La questione israelo-palestinese è tutt’altro che facile da districare. Proprio per questo serve riconoscere con lucidità e onestà intellettuale che furono gli arabi stessi a ratificare la cessione della Palestina alla controparte ebraica. Il 6 gennaio 1919 infatti con l’ “Accordo Faisal-Weizmann” venivano stabilite due entità distinte: lo Stato Arabo (sorta di realtà politica scaturita dall’Accordo segreto Sykes-Picot del 1916) e la Palestina. In quest’ultima venivano riconosciute agli ebrei tutte quelle garanzie che ne avessero favorito l’insediamento. Con quell’accordo gli arabi, sostanzialmente, acconsentirono a cedere l’intera Palestina agli ebrei (seppur, questi ultimi, ancora formalmente sottoposti all’autorità mandataria britannica) in cambio del riconoscimento di un (indefinito) Stato Arabo che sarebbe dovuto risultare formato dalle ex province arabe dell’impero Ottomano, ad eccezione però della Palestina, fino a quel momento regione inclusa nella provincia ottomana di Siria, di cui rappresentava la fascia costiera meridionale. In sostanza l’Emiro Faisal (figlio del Custode dei Luoghi Santi dell’Islam, lo Sceriffo della Mecca Hussein, e citato nel documento come Altezza Reale rappresentante e incaricato del Regno Arabo del Higiaz) accettava di cedere la Palestina in cambio di un grande regno Hashemita che andasse dal Higiaz fino a Damasco. Le vicissitudini della storia, ovvero le manovre della diplomazia britannica (e francese, vale a dire delle due potenze firmatarie dell’Accordo Sykes-Picot) fecero sì che questo grande scenario non si realizzasse. Non nacque infatti alcun grande Stato Arabo. Al suo posto invece furono create tre nuove realtà statuali: la Siria (sotto Mandato francese), il Regno dell’Iraq e l’Emirato di Transgiordania. Solo gli ultimi due furono governati da sovrani hashemiti. Faisal divenne Re dell’Iraq, mentre il fratello Abdullah fu insediato da Churchill (e grazie alle manovre del Tenente-Colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio noto al grande pubblico come Lawrence d’Arabia, segretamente, ovvero intimamente devoto alla causa sionista) in Transgiordania. Delle due monarchie hashemite oggi sopravvive solo la seconda, nota ufficialmente come Regno Hashemita di Giordania. Ecco gli articoli dell’Accordo del 1919 nei quali si faceva riferimento all’insediamento del popolo ebraico in Palestina:

<< Art. III. – Nello stabilire la Costituzione e l’amministrazione della Palestina dovranno essere presi tutti i provvedimenti atti a garantire la piena esecuzione della Dichiarazione del Governo britannico in data 2 novembre 1917. >>

Il riferimento è alla “Dichiarazione Balfour” con la quale il governo inglese si era impegnato, una volta terminata la guerra, a favorire l’installazione di un “focolare nazionale ebraico” (“National Home”) in Palestina.
Nel successivo articolo (IV) si affermava infatti:

<< Saranno presi tutti i provvedimenti necessari per incoraggiare e promuovere l’immigrazione degli Ebrei in Palestina su larga scala e per stabilire […] il più presto possibile nel paese degli Ebrei immigrati mediante denso stabilimento e coltivazione intensiva del suolo […] >>

Un secondo documento, datato 3 marzo 1919, sempre a firma dell’Emiro Faisal, confermava l’intenzione araba che in Palestina si instaurasse una “National Home” ebraica, sotto l’autorità mandataria inglese. L’interlocutore questa volta non era il dott. Chaim Weizmann (leader del Movimento Sionista internazionale), ma il rappresentante del Sionismo negli Stati Uniti, il giudice della Corte Suprema Felix Frankfurther. Nella missiva Faisal spiegava come: “The Arabs, especially the educated among us, look with the deepest sympathy on the Zionist movement” (“Gli arabi, specialmente quelli istruiti tra noi, guardano con profonda simpatia al Movimento Sionista”). Certamente Israele, in questa faccenda, non è immune da errori. Due, sopra tutti, paiono avere pregiudicato la situazione nel corso degli ultimi decenni. Il primo si riferisce all’evacuazione del Sinai dopo la guerra del Kippur (1973), mentre il secondo, più recente, consiste nella decisione di ritirarsi unilateralmente dal Libano (sponda meridionale del fiume Litani). Nel primo caso si è consentito, evitando che la Striscia di Gaza si venisse a trovare completamente circondata da territorio israeliano, che i valichi con l’Egitto potessero rappresentare il passaggio clandestino per armi e miliziani. Nel secondo che il fronte di Hezbollah (e dei suoi razzi) si avvicinasse ancora di più al cuore dello Stato ebraico, minacciandolo nonostante la presenza del corpo internazionale di interposizione sotto egida delle Nazioni Unite schierato a sud del fiume Litani (a questa missione UN partecipa, sin dal 2006, anche l’Italia con reparti dell’Esercito).

Nel 2004, inoltre, Israele aveva predisposto un piano di disimpegno unilaterale dalla Striscia di Gaza. Il Governo Sharon aveva infatti evacuato, in alcuni casi anche con la forza, tutti gli insediamenti ebraici. Ciò nonostante le spinte aggressive di Hamas e dei vari gruppi fondamentalisti islamici nella Striscia non sono venute meno, anzi. Segno più che evidente del fatto che l’obiettivo non era ottenere lo smantellamento delle colonie ebraiche, bensì la cancellazione tout court dello Stato di Israele.
Abbandonare Israele significherebbe quindi fornire un alibi al fondamentalismo islamista in un momento nel quale una vasta area che va dalla Libia all’Afghanistan e dal Caucaso fino allo Yemen è attraversata da conflitti, guerre civili, guerriglie e destabilizzazioni terroristiche. Il rischio è quello di lasciare Israele ancora più isolato e circondato da nemici. Non casualmente infatti negli ultimi giorni si sono registrati lanci di razzi, oltre che dalla Striscia di Gaza, anche dal Libano, dal Sinai e dalla Siria. Solo dalla Striscia di Gaza ieri (martedì 15 luglio), tra le 9:00 e le 15:00 (ora locale) sono stati lanciati una cinquantina di razzi verso il territorio israeliano. E questo nonostante il governo di Israele avesse accolto e rispettato i termini della tregua proposta dalla diplomazia internazionale.


Nessun commento:

Posta un commento