"Imperare sibi maximum imperium est"

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giovedì 17 aprile 2014



“Caso Moro”: tra nuove bufale e vecchie “coincidenze” 



  
Il 23 marzo scorso l’agenzia di stampa ANSA batteva questa notizia:

<< Un poliziotto in pensione, Enrico Rossi, ha raccontato all'ANSA sue indagini riguardo ai due misteriosi uomini che erano a bordo di una moto Honda, in via Fani, a Roma, durante il rapimento di Aldo Moro. Le indagini sono nate da una lettera anonima con l'autodenuncia "post mortem" del presunto passeggero della Honda, che ha fornito elementi per risalire al conducente della moto (anche lui morto, nel 2012) e ha riferito che erano "uomini dei servizi con il compito di proteggere l'azione delle Br". >>

Personalmente avevo già trattato il “caso Moro” quando, nell’inverno scorso, si aprì nel mondo politico il dibattito sulla creazione di una nuova commissione parlamentare d’inchiesta. Lo feci raggiungendo il Senatore Giovanni Pellegrino telefonicamente visto anche il rinnovato interesse dei mass media e del Parlamento verso il “caso Moro”. All’inizio esitò, anche perché, mi confidò, non aveva seguito, causa anche gli impegni professionali derivanti dal suo studio legale, il (recente) dibattito relativo alla nascita di una nuova commissione parlamentare d’inchiesta. Mi spiegò però che si era comunque sempre tenuto informato, attraverso le pubblicazioni più recenti sul “caso Moro”, come il volume di Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, che egli mi disse di ritenere di ottima fattura. Lo convinsi allora a ripercorrere le vicende principali del “caso Moro”, attraverso un resoconto dell’operato della Commissione. Con grande disponibilità mi inviò, dopo un po’ di tempo, una sorta di “carteggio”, appositamente redatto, nel quale, esprimendo considerazioni personali sulla vicenda Moro, mi invitava a trarre le risposte alle domande che, precedentemente, gli avevo inviato via e-mail. Da quel “carteggio” è nata l’intervista che è stata pubblicata da “Milano Post”, in due parti; la prima il 22 e la seconda il 23 gennaio scorsi. Qui la ripropongo interamente. 

Prima però ritengo sia importante specificare come la “ragnatela del caso Moro” (per usare un’espressione mutuata dal titolo del celebre libro di Sergio Flamigni, Senatore ed ex componente delle Commissioni Moro, P2 e Antimafia) debba essere approcciata con grande cautela, dato che è, forse, la più intricata vicenda politico-criminale di tutta la storia dell’Italia repubblicana. Io stesso ho potuto appurarlo, quando ebbi modo di consultare (parte del)la mole di atti prodotti dalla “Commissione Stragi”, quando ancora erano accessibili online sul sito del Senato.
Uno strumento utile (ma non sufficiente) per farsi strada in questo labirinto è, ad esempio, il volume del giornalista Stefano Grassi, Il caso Moro. Un dizionario italiano (edito da Mondadori nel 2008).
Sulla questione della moto Honda, in realtà, erano già state spese parole, così come sulla presenza in via Fani, la mattina del  16 marzo 1978, del Colonnello del SISMi (il, vecchio, ‘Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare’) Camillo Guglielmi (il quale fu poi interrogato dai magistrati). A riguardo di quest’ultimo va detto, per dovere di cronaca (e della storia) che alcuni hanno proposto due, distinte, interpretazioni. Da un lato, chi avrebbe visto, in Guglielmi, un “segreto manovratore” (insinuando così accuse gravi all’indirizzo dell’alto ufficiale) dell’operazione messa in atto in via Fani. E dall’altro, chi, invece, sostiene che egli, quella mattina, fosse presente perché, intenzionato a sventare, o almeno monitorare, quella che un’informativa, a lui pervenutagli dal Generale Pietro Musumeci (il quale a sua volta avrebbe ricevuto la “soffiata” da tale Francesco, brigatista pentito), indicava come un’eclatante manovra eversiva che il terrorismo brigatista avrebbe messo in atto in via Fani. Mai però, fino ad ora, vi era stata una rivelazione così diretta e “clamorosa”, come quella ripresa recentemente dagli organi d’informazione. “Rivelazione” che comunque (superfluo dirlo) andrà (e già viene, perché la Magistratura, riferiscono i mass-media, ha “acquisito gli atti”) vagliata secondo tutti i crismi (sia d’intelligence che giudiziari). Il 9 aprile scorso il Procuratore Generale della Procura della Repubblica di Roma, Dott. Luigi Ciampoli, ha infatti avocato a sé l’inchiesta aperta sulle dichiarazioni dell’ex Ispettore di Polizia in pensione Enrico Rossi. La decisione del Procuratore Generale Ciampoli sarebbe emersa a margine di un’audizione davanti al Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica). Secondo quanto riportato dalla stampa, precedenti indagini svolte dalla Procura di Torino, su quanto rivelato dall'ex Ispettore, e in seguito trasmesse a quella di Roma sarebbero finite nel nulla. Da qui, anche, la volontà di (ri)aprire il caso.

Gli aspetti controversi del caso Moro, del resto (a ben guardare), non si fermano alla sola moto Honda, ma si estendono ad altri episodi, se si vuole, ben più significativi. Come, tanto per citarne uno, la “curiosa” esercitazione militare “Rescue Imperator”, messa in atto poche settimane prima del rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana. Senza contare la stampatrice ‘Ab-Dik 260T’, con la quale venivano stampati i volantini delle BR, nella tipografia di via Foà a Roma (scoperta, come scrive anche Grassi, dalla DIGOS romana, a seguito di una brillante operazione, coordinata dal Dirigente, Dott. Domenico Spinella), la cui provenienza, a quanto appurato, andrebbe attribuita, sebbene per vie indirette e casuali (era stata infatti dismessa e venduta sul mercato privato), a un ufficio del servizio d’intelligence militare, il RUS (Raggruppamento Unità Speciali, ex struttura facente parte del vecchio SISMi). Certamente, sono curiose “coincidenze”, soprattutto se si considera che entrambi gli episodi ruotano intorno all’ufficio dell’ex RUS. Tanto che, per alcuni, sarebbero prove di un disegno occulto, ovvero ignoto nelle sue cause originarie e nei suoi obiettivi ultimi perfino alle BR (le quali, in questo senso, sarebbero state solo semplici esecutrici), suggerendo così la cosiddetta teoria dell’ “etero-direzione”, che “menti raffinatissime” avrebbero orchestrato stando, e soprattutto rimanendo (ancora), sempre dietro le quinte. Ma andiamo per tappe.

 

La moto Honda: come e perché entrò nella vicenda e negli atti del “caso Moro”

“Uno dei grandi misteri di via Fani”, così il giornalista Stefano Grassi definisce l’episodio, aggiungendo come sia “rimasto a lungo insondato”. Quello che è dato per acquisito è che la mattina del 16 marzo in via Fani vi fosse: << la presenza, al momento dell’azione, di una moto Honda, con due persone a bordo, armate e mascherate, le quali, tra l’altro >> esplosero << alcuni colpi contro il motorino di un passante, l’ingegner Alessandro Marini, il quale peraltro fino a quel momento assistette all’intero svolgimento delle fasi della strage della scorta e del sequestro di Moro. Secondo alcune ricostruzioni, che troverebbero conferma in un rapporto inviato dalla Digos ai pm Franco Ionta e Antonio Marini, i due sarebbero [stati] militanti dell’Autonomia romana, conosciuti nell’ambiente, con gli pseudonimi di Peppo e Peppa. Nomi di battaglia usati, negli anni Settanta, da due componenti del Comitato proletario zona nord e che comparirebbero già in alcuni atti di procedimenti penali, aperti presso la procura di Roma, riguardanti fatti ricollegabili all’eversione di sinistra >> (p. 488).
Nulla a che vedere dunque con le ultime “rivelazioni” che attribuirebbero a due agenti dei servizi segreti militari (italiani) l’identità del guidatore e del passeggero della misteriosa moto Honda presente quella mattina in via Fani. Nel mio articolo Ultime rivelazioni sul “casoMoro”: verità postuma o bufala?, (scritto per “Milano Post”), ponevo del resto l’interrogativo se, rispetto alle recenti “rivelazioni”, invece di cedere al sensazionalismo, non ci si debba, piuttosto, prudentemente mantenere su una linea di approccio critico, soprattutto in considerazione del fatto che in un articolo del 25 marzo scorso su “LaStampa” sarebbe stata svelata l’identità di uno dei due presunti “007”, ovvero il passeggero, l’autore della lettera anonima da cui avrebbero tratto origine le “verità postume” sulla moto Honda. A questa linea critica si è attenuto anche il Senatore Pellegrino, osservatore ben più autorevole del sottoscritto, in un’intervista del 24 marzo scorso su “laRepubblica”.



  
Rescue Imperator” e il “mistero” del lago della Duchessa

Piuttosto, è interessante quanto scritto da Stefano Grassi, nel suo “libro-dizionario” (cui dedica una voce, pp. 605-607), a proposito di una, curiosa, esercitazione delle forze speciali militari. Questa si tenne nel febbraio 1978: << un mese prima dell’agguato di via Fani, dal RUS – S/B, ovvero dal Raggruppamento unità speciali, Stay-Behind, meglio conosciuto come Gladio. La manovra militare Rescue Imperator (Salvataggio Imperatore) [scrive Grassi] emerge  da un carteggio riservato, intercorso tra il Nucleo Carabinieri Sios (Servizio informazioni operative e situazione) della Marina Militare di La Spezia e lo Stato maggiore di Roma. Nel primo documento, datato 6 febbraio 1978, si chiede di prelevare dal bunker 3 di Varignano, in cui si trova la base del Comando subacqueo incursori della Marina, il Comsubin, degli armamenti da consegnare due giorni dopo al Gruppo Guglielmi del Centro addestramento guastatori di Alghero. Tra i materiali da ritirare figurano anche degli autorespiratori per alto fondale. Nella nota si precisa, inoltre, che l’esercitazione deve avvenire a Campo Imperatore nel parco Gran Sasso, località situata a pochi chilometri dall’Aquila e a cinquanta chilometri dal lago della Duchessa. Nel secondo documento, datato 9 febbraio 1978, e avente per oggetto  “estensione durata esercitazione Rescue Imperator”, si richiede al Nucleo dei Carabinieri Sios di La Spezia l’impiego delle squadre operative K2, K6 e K7, nonché dei gruppi K1 e K5 con funzioni di comando, per il 12 febbraio alle ore 2.45. L’esercitazione avrebbe comportato l’utilizzo di quindici militari appartenenti ai nuclei speciali i quali sarebbero stati imbarcati su un elicottero Agusta Bell, abilitato al volo notturno e dotato di armamento per azioni a bassa quota. Nella nota [prosegue nel suo resoconto Grassi] è indicata, poi, una nuova zona di esercitazione: non più Campo Imperatore, bensì l’area di Magliano Sabina, Monte Soratte. L’appunto cita anche i nomi di copertura dei comandanti operativi (Smeraldo e Rubino) e sollecita l’uso, in caso di emergenza, dei codici Nato invece di quelli di Civilavia. Nel terzo e ultimo atto, datato 10 febbraio 1978, viene indicato un nuovo velivolo destinato all’operazione (un elicottero Bell UH1) in sostituzione di quello richiesto, impegnato in un’altra esercitazione Nato in zona Fucino. La nota si conclude con la comunicazione che il gruppo Guglielmi sarebbe rimasto in attesa presso la base di Alghero e che l’area “Campo Imperatore è già satura da reparti speciali Carabinieri Lazio”. L’intero carteggio [sottolinea Grassi] reca in calce l’ordine tassativo della distruzione immediata dei documenti >>.
Perché una misura di tal genere doveva essere adottata nei confronti di una normale esercitazione di routine? Per Grassi la risposta sta nel fatto che: << Anche se il suo contenuto sembra non presentare, a prima vista, nessuna attinenza con il sequestro Moro, [che le BR avrebbero messo in atto solo un mese dopo, ndr], le connessioni appaiono evidenti a una più attenta lettura”. Quali sarebbero, dunque, queste “connessioni”. Afferma Grassi: “Il riferimento al Gruppo Guglielmi rimanda ad alcune testimonianze, che indicano la presenza in via Fani, la mattina del 16 marzo, del Colonnello del Sismi Camillo Guglielmi. C’è poi il falso comunicato n. 7 delle Br, che annuncia la morte di Moro e la sua sepoltura nel lago della Duchessa, preparato da Toni Chicchiarelli, falsario e rapinatore ma anche uomo […] della banda della Magliana. Il volantino apocrifo sarà fatto ritrovare il 18 aprile 1978, lo stesso giorno della scoperta della base Br di via Gradoli. Secondo la testimonianza dell’ex capitano del Sid [Servizio informazioni difesa, ndr] Antonio La Bruna, un altro elemento collega via Gradoli con il lago. Un suo informatore […] gli riferisce che sulla Cassia, all’altezza di via Gradoli, c’è un garage con un’antenna di trasmissione che utilizza un ponte radio situato nella zona del lago della Duchessa. Infine, […] dopo il falso comunicato del lago della Duchessa, Moro, sarebbe stato spostato in una zona della Magliana >>.


La tipografia clandestina di via Foà

In questa via romana, nel quartiere Monteverde, aveva sede, (e venne scoperta dalle Forze dell’ordine il 17 maggio 1978), la tipografia clandestina delle BR in cui venivano stampati i documenti (comunicati) brigatisti, durante i giorni del sequestro Moro. La tipografia era gestita da Enrico Triaca; attraverso di lui gli investigatori si misero sulle tracce di Mario Moretti. Infatti era stato proprio Moretti: << ad aver fornito [è Grassi a parlare, nel suo volume, p. 280] il denaro necessario all’allestimento e all’acquisto del macchinario utilizzato per stampare i comunicati e le risoluzioni delle Brigate rosse. Nella tipografia si trovano due macchine provenienti da strutture dello Stato: una stampatrice Ab-Dik 260T, di pertinenza del Rus (Raggruppamento unità speciali […]); e una fotocopiatrice Ab-Dik 675, dismessa dal ministero dei Trasporti. Interrogato dalla Commissione parlamentare in merito ai compiti del Rus, il capo del Sismi, [Generale Giuseppe] Santovito, risponde che si tratta di un ufficio composto solo da autisti e marconisti. Quanto alla provenienza della stampatrice brigatista, dichiara che la macchina è stata venduta come rottame, specificando che l’iter – chi l’ha comprata, chi l’ha rimessa in ordine, chi l’ha rivenduta – è protocollato. La Commissione stragi accerta però che il Rus non è un ufficio militare qualsiasi ma il più compartimentato tra gli uffici del servizio segreto militare. Al Rus fanno capo unità speciali come Gladio che provvede ad arruolare i gladiatori convogliandoli nel segretissimo Cag (Centro addestramento guastatori) di Alghero. Inoltre, la stampatrice Ab-Dik 260T non risulta venduta come rottame. Triaca conferma, infatti, che la macchina è stata portata nella tipografia di via Foà da Maurizio, alias Mario Moretti, alla metà di marzo del 1977. Il rottame citato da Santovito, invece, è stato ritirato da tale Franco Bentivoglio presso il Genio militare, nell’ottobre 1977, insieme ad altro materiale, fra cui non risulta alcuna macchina stampatrice. Nell’ambito del processo Moro-quater emerge che la macchina stampatrice finita nella tipografia delle Br di via Foà è stata sottratta da un ufficiale del Rus, il colonnello Federico Appel: denunciato per peculato, morirà poco tempo dopo >>.


“Attuare interno Smeraldo!”: Moro poteva essere liberato? E, se sì, perché così non fu?

Il 21 (per altri, come Grassi, il 22) marzo 1978, nell’arco di sei ore, si sarebbe deciso il destino di Aldo Moro e di tutta la vicenda legata al suo sequestro, prigionia e uccisione. Secondo quanto riportato da alcune carte provenienti dall’ex ministro della Difesa Virginio Rognoni, quel giorno il Viminale (di cui era titolare Francesco Cossiga) avrebbe organizzato l’operazione “Smeraldo”. In cosa consistesse è facile comprenderlo. Essa fu l’esatta fotocopia dell’esercitazione “Rescue Imperator”, messa in atto solo poche settimane prima da reparti speciali militari.
Alle ore 7:00 di quel primo giorno di primavera la telescrivente del Ministero degli Interni batté un dispaccio urgente diretto allo Stato Maggiore della Marina Militare: 

 ++ Alfa attuare interno Smeraldo ++ 

Era il messaggio in codice con il quale si ponevano in stato di allarme operativo alcune unità speciali della Marina Militare, che avrebbero dovuto spostarsi velocemente a bordo di elicotteri. Alle 7:39 il comandante delle unità speciali, Vittorio Biasin, comunica al Ministero dell’Interno che il nucleo è pronto a partire. Il susseguirsi degli eventi messi in moto dal breve messaggio in codice seguì una tempistica serrata, tipicamente militare, efficiente come solo la pianificazione metodica di un’operazione delle forze speciali sa essere. Alle 8:15, infatti, il Tenente di Vascello Oreste Tombolini, comandante dei GOS (Gruppi Operazioni Speciali), utilizzando una rete telefonica criptata,  inviava un messaggio al comandante Biasin: “Al 50% l’ostaggio è in un casolare abbandonato in zona Forte Boccea-Aurelia vicino al Raccordo Anulare”. L’ostaggio era il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, da cinque giorni prigioniero delle Brigate Rosse. La liberazione di Moro sembrava ad un passo dal concretizzarsi. Invece, passarono ore preziose e alle 13:00 arrivò un altro ordine:  

++ Topazio slang si abroga ++ 

Tradotto dall’esiguo e freddo linguaggio militare, si ordinava il rientro delle squadre: l’operazione era stata annullata.
Per Sergio Flamigni, ma appare chiaro anche ad un osservatore profano, l’operazione “Smeraldo” presenta “curiose” analogie con l’esercitazione “Rescue Imperator”. Ovvero, in che senso l’operazione “Smeraldo” fu l’esatta fotocopia dell’esercitazione “Rescue Imperator”? Tanto che alcuni autori sembrerebbero lasciare perfino intendere, che l’una fu (quasi) la (“naturale”?) continuazione dell’altra. I nomi di Tombolini e Calcagnile comparivano già nel documento datato 9 febbraio 1978 relativo a “Rescue Imperator”, dove si legge testualmente:

<< Richiedesi impegno vostre squadre per estensione esercitazione in oggetto. Stop. Richiedesi attivazione immediata sezione “S” base Luni. Stop. Squadre:K2, K6, K7 operative. Stop. Squadre K1 (Tombolini), K5 (Stoinich) operative comando. Stop. Imbarco previsto ore 2.45 giorno 12 andante [febbraio 1978, ndr]. Stop. Svolgimento esercitazione area Magliano Sabina/Monte Soratte e limitrofe. Stop. Massima allerta Legione Carabineri Lazio/Roma in area. Stop.Calcagnile [Maggiore dei Carabinieri, ndr] est “Semeraldo”, Biasini est “Rubino”. No telefonica via filo. Stop. Assoluto cifra radio. Stop. Emergenza codice NATO no Civilavia. Stop. Distruzione immediata presente dispaccio ed eventuali successivi. Stop. >> 

Come detto sopra, nel primo e terzo dispaccio di “Rescue Imperator” (successivamente datati 6 e 7 febbraio 1978) viene citato il “gruppo Guglielmi”, che doveva restare in attesa del materiale, oltre che di nuovi, ed eventuali, ordini presso il Centro addestramento guastatori di Alghero. Sergio Flamigni ha sottolineato come: << Camillo Guglielmi risulta essere un colonnello del Sismi, uno dei migliori addestratori di Gladio, esperto di tecniche di imboscata, che lui stesso insegnava nella base sarda di Capo Marrargiu dove si esercitavano anche gli uomini di Stay Behind. Questi elementi emergono nel 1991, durante l’inchiesta condotta dai magistrati militari di Padova Sergio Dini e Benedetto Roberti. Com’è noto, è stato anche accertato che Camillo Guglielmi era presente nei pressi di via Fani al momento dell’agguato a Moro e alla sua scorta. Guglielmi, interrogato poi dal sostituto procuratore di Roma Luigi De Fichy, si giustificò sostenendo di essere stato invitato a pranzo da un amico che abitava lì vicino, in via Stresa. L’amico confermò la visita, ma la definì inaspettata e negò l’invito a pranzo. D’altronde erano le 9-9.30 del mattino >>. Perché il 21 marzo fu revocato l’ordine di portare a compimento l’operazione “Smeraldo”? Se Moro si fosse veramente trovato in quel casolare, sarebbe la conferma di quanto sostenuto da alcuni, ovvero che la sua liberazione sarebbe stata possibile, evitando così di ricorrere alle trattative con le BR, legittimando così una delle fazioni più irriducibili dell’eversione terrorista di sinistra. 

E’ anche, in parte, la tesi del magistrato Dott. Ferdinando Imposimato, Presidente Onorario Aggiunto della Corte di Cassazione, il quale sostiene che una seconda, e ben più concreta, operazione per la liberazione di Aldo Moro sarebbe stata pianificata e poi abortita, come la precedente, l’8 maggio 1978. Dico “ben più concreta” perché se nella prima operazione la possibilità che l’ostaggio fosse nel luogo indicato era del 50%, nella seconda, secondo quanto descritto dal Presidente Imposimato, le probabilità sarebbero invece salite al 100%. Dunque, in un ristretto lasso di tempo, dal 21 (o 22) marzo all’8 maggio, si sarebbero perse non una, bensì due preziose occasioni per liberare Moro. Il fatto che entrambe le operazioni, in particolare, quella dell’8 maggio, siano state revocate all’ultimo istante, nonostante l’ingente ed efficiente dispiegamento di forze, rappresenta, col senno di poi, una tragica beffa, che lascia aperti, come del resto suggerisce Imposimato, inquietanti interrogativi. Dell’operazione dell’8 maggio il Presidente Onorario della Cassazione parla nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera (Newton&Compton, 2013) e sul suo blog. Secondo quanto scritto dal Dott. Imposimato, Aldo Moro sarebbe stato vittima di un complotto ordito da Giulio Andreotti e da Francesco Cossiga. << Molti [scrive Imposimato] non vogliono saperlo, anche se quello fu l’inizio della terribile crisi politica e morale in cui siamo precipitati. Molti non sanno che [l’] 8 maggio di 35 anni fa, due commando, uno dei Carabinieri, i GIS [Gruppo Intervento Speciale, ndr] e l’altro della Polizia di Stato, i NOCS [Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza, ndr], e un gruppo di bersaglieri […] stazionavano in via Montalcini ove erano giunti da diversi giorni. I due nuclei d’assalto erano agli ordini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e del commissario Pasquale Schiavone; erano pronti ad intervenire per la liberazione di Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse nell’appartamento situato all’interno 1 di quella stessa via al numero 8. Senonchè la mattina del 7 maggio 1978 era giunto, inatteso, l’ordine […] di abbandonare la postazione di via Montalcini. Dal Ministero dell’Interno una telefonata aveva fermato l’operazione militare dei tre gruppi […] Ci fu un’ondata di sdegno nei militari, ma l’ordine venne eseguito e fu il preludio della morte di Moro >>. Alcuni di questi militari, secondo Imposimato, avrebbero più tardi reso testimonianza di questo fatto e a suffragio di ciò aggiunge che importanti “documenti, nascosti ai magistrati inquirenti e giudicanti, venuti alla luce dopo molti anni di silenzio, confortano le loro dichiarazioni sconvolgenti. Tra questi le relazioni dell’uomo del Dipartimento di Stato Steve Pieczenik, consulente di Cossiga durante i 55 giorni. Pieczenik ha confessato al giornalista francesce Emmanuel Amarà di avere preparato la manipolazione strategica che aveva portato alla morte di Aldo Moro […]. Pieczenik, esperto di psicologia, inviato da Washington come consulente dell’anti terrorismo, avrebbe affermato: << il nostro è stato un colpo mortale preparato a sangue freddo … La trappola era che loro [le BR, ndr] dovevano uccidere Aldo Moro. Io li ho abbindolati a tal punto che a loro non restava altro che uccidere il prigioniero. Cossiga era un uomo che aveva capito molto bene quali fossero i giochi. Io non avevo rapporti con Andreotti, ma immagino che Cossiga lo tenesse informato. La decisione di fare uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera, abbiamo avuto molte discussioni. Ma Cossiga ha saputo reggere questa strategia e assieme abbiamo preso una decisione estremamente difficile, difficile soprattutto per lui. Ma la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, anche di Andreotti >>. Pieczenik non spiega però quale, o quali motivi avrebbero spinto (lui), Cossiga e Andreotti ad una simile decisione. Il dato di fatto, sempre secondo Imposimato, sarebbe comunque quello per cui la: << verità difficile da credere, è che la prigione di Moro era stata scoperta da uomini di Gladio/Stay Behind, poco dopo la strage di via Fani e il sequestro di Aldo Moro >>. Ma per quali vie pervennero a questa scoperta? Ciò che viene rivelato da Imposimato è che: << Gladio era controllata non solo dai militari […] ma anche dal Presidente Giulio Andreotti e dal ministro Francesco Cossiga, capi politici di Gladio, che erano informati di tutto >>. Anzi, per Imposimato, << Cossiga rivendicò con orgoglio di essere un vertice di Gladio ed era al vertice di NASCO 15 [una delle basi di Gladio “Stay-Behind”, ndr].La prigione era stata subito messa sotto osservazione da Forte Braschi [quartier generale del servizio segreto militare italiano a Roma, all’epoca dei fatti del caso Moro, il SISMi, ndr] per ordine del generale Gianadelio Maletti, assistito dal colonnello Pietro Musumeci, entrambi iscritti alla loggia massonica [coperta, ndr] Propaganda 2 [del Maestro Venerabile Licio Gelli, ndr]. I due ufficiali impartivano le disposizioni ai militari di Gladio ma anche a quelli di altre forze armate –bersaglieri- sulle varie iniziative dirette a controllare la prigione e a coloro che vi abitavano. Ad essi era stato annunziato che ci sarebbe stata un’irruzione militare in via Montalcini n 8 per liberare un ostaggio di cui non venne fatto il nome, che poi si seppe essere Aldo Moro. I servizi italiani avevano un ruolo di comando dell’intera operazione. Alcuni militari di Gladio, con l’aiuto dei servizi segreti inglesi (SAS) [Special Air Service, ndr] e tedeschi (GSG9) [Grenzschutzgruppe 9, ndr], avevano installato dei registratori e delle microspie ad alta percezione, per captare le conversazioni che avvenivano nella prigione >>. Il ruolo delle forze speciali di quella che allora era (ancora) la Repubblica Federale Tedesca si possono spiegare, oltre che per la competenza delle “teste di cuoio” tedesche, anche sulla base della comune lotta al terrorismo di sinistra nei due Paesi: in Italia le Brigate Rosse e in Germania la Rote Armee Fraktione. Meno comprensibile, almeno ai “profani”, il ruolo dei reparti inglesi del SAS. Spiega Imposimato che esperti << del gruppo GSG9 tedesco erano partiti per Roma per svolgere compiti di assistenza tecnica. Subito dopo si seppe che erano venuti in Italia due ufficiali dello Special Air Service (SAS), che si erano attestati, durante il sequestro, “vicino a Roma”, secondo ciò che rivelò lo stesso Cossiga, che ammise che “Gladio intervenne” >>. Il Presidente Imposimato ricorda come Andreotti, in qualità di Capo del Governo, e Cossiga, suo ministro dell’Interno, avessero << istituito, la mattina del 16 marzo 1978, un “comitato di crisi” per la gestione del sequestro Moro >> e come esso fosse composto << da uomini della P2, ostili a Moro e al “Compromesso storico” e controllati da Licio Gelli. Il comitato agì, fin dall’inizio, per interferire nelle decisioni della Magistratura […] tenendo i magistrati all’oscuro di importanti notizie acquisite nel corso dei 55 giorni, tra cui la scoperta della prigione di Aldo Moro >>. Imposimato sottolinea inoltre come la scelta degli uomini che componevano il “comitato di crisi”, appartenenti alla P2 e << coinvolti in trame parallele contro la democrazia, venne decisa da Andreotti di concerto con Cossiga. Grazie alle informative dei vertici militari di Gladio, anche Andreotti e Cossiga erano informati non solo della ubicazione del carcere ma [riporta Imposimato] anche degli sviluppi della prigionia di Moro […] Andreotti e Cossiga cominciarono a dare un contributo attivo all’operazione Moro, avvallando la vergognosa macabra messinscena “lago della Duchessa”, attuata la mattina del 18 aprile 1978. Andreotti e Cossiga consentirono la diffusione del falso comunicato n 7 delle BR. E sostennero, contro la verità, che quel comunicato era vero ed autentico e proveniva dalle Brigate Rosse. Mentre esso era stato formato per ordine di Cossiga e con l’assenso di Andreotti, da un uomo della banda della Magliana [il, noto, falsario Tony Chicchiarelli, ndr], ed ebbe lo scopo principale di spingere le BR ad uccidere Aldo Moro >>. 

E’ a questo punto che nella, già, intricata vicenda si inseriscono i misteriosi episodi della seduta spiritica di Bologna e della scoperta del “covo” brigatista di via Gradoli. Lasciando da parte, almeno in questa sede, le interpretazioni suggestive di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, contenute nel loro libro Il misterioso intermediario. Igor Markevitch e il caso Moro (Einaudi, 2003), secondo cui sia la seduta in cui fu evocato lo spirito di Don Sturzo sia la “scoperta” di via Gradoli andrebbero ricondotte ad un codice in uso presso particolari circoli massonici, ricollegabili ad una elitaria “sinarchia internazionale”, rimane il dato di fatto per cui anche secondo Imposimato gli episodi di via Gradoli e la fabbricazione del falso comunicato n 7 servirono per creare “un’operazione di facciata contro le BR”, ovvero per essere usati, in maniera sottile e raffinata, contro Aldo Moro. “Lo scopo”, per Imposimato, sarebbe stato quello: << di dissuadere il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, pronto coi suoi GIS venuti a Roma da Milano […] Lo Stato stava già operando su altri fronti. Ma l’operazione Lago della Duchessa non fermò i Carabinieri […] agli ordini del coraggioso generale dell’Arma, né gli uomini della Polizia di Stato, guidati dal Questore Emilio Santillo e dal commissario Pasquale Schiavone, capo dei NOCS: i due commando dovevano intervenire il giorno 8 maggio 1978 >>. Schiavone, Santillo e Dalla Chiesa avevano partecipato con << il capo di gabinetto del Ministro Cossiga, Arnaldo Squillante, a una riunione al Ministero della Marina, qualche giorno dopo l’operazione Lago della Duchessa, per mettere a punto un piano di intervento armato per la liberazione di Moro […] Senonchè i militari, la sera del 7 maggio 1978, inaspettatamente ricevettero l’ordine di abbandonare le loro postazioni assieme ai servizi stranieri, che reagirono con sgomento e rabbia […] All’ultimo minuto era giunto dal Ministero dell’Interno l’ordine di abbandonare il campo. Tutti capirono che Aldo Moro doveva morire >>. Quando << stava per avvenire il blitz, giunse un ordine “dall’alto” […] emergeva chiaro che Francesco Cossiga e Giulio Andreotti conoscevano il luogo della prigionia di Moro, in via Montalcini >>. A quel punto << il generale Dalla Chiesa, deciso a intervenire per salvare Moro, era stato convocato a Forte Braschi e redarguito da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga che, presente l’ufficiale Pietro Musumeci, coordinatore dell’intera operazione Moro, gli avevano impedito di intervenire […] >>. Per Imposimato fu << così che Aldo Moro, uomo giusto e pensoso del bene comune dell’Italia, venne sacrificato […] >>.

C’è un particolare, che qui non approfondirò, ma che vale la pena accennare. Secondo alcune interpretazioni, il falso comunicato n 7 delle BR relativo al Lago della Duchessa, sarebbe stato falso ma anche vero. Ovvero, per l’esattezza, sarebbe stato autentico ma non veridico. In sostanza sarebbe stato scritto con la stessa macchina da scrivere dei precedenti, autentici, comunicati, ma non avrebbe contenuto il vero, bensì informazioni, volutamente, errate. Come ciò sia stato possibile, se questa interpretazione dovesse rispondere a verità, rimane uno dei più oscuri misteri del caso Moro.
Va anche aggiunto, per dovere di cronaca, che Sergio Flamigni non condivide la tesi secondo cui il (principale) luogo di detenzione di Moro fosse il covo di via Montalcini. Per Flamigni infatti questa tesi sarebbe stata costruita a tavolino dai brigatisti per coprire livelli da lui considerati superiori e “intoccabili”. I vertici della DC non avrebbero quindi fatto altro che avvalorare tale versione. Flamigni espone la sua conclusione nel volume inchiesta La prigione fantasma. Il covo di via Montalcini e il delitto Moro (Kaos Edizioni, 2009), a cui nel giugno 2009 “Il Giornale” dedicava un articolo-recensione.
Agli atti della “Commissione Stragi” compare anche una informativa riservata dell’ufficio controspionaggio del SISMi del 1978. Ecco cosa diceva l’informativa: <<


SERVIZIO INFORMAZIONI SICUREZZA MILITARE



Fonte molto attendibile riferisce:



Un Senatore del PCI (non identificato) sarebbe a conoscenza dell’identità del capo delle Brigate Rosse. Questi si chiamerebbe Igor e sarebbe figlio o nipote di Margaret, già direttrice della rivista “Botteghe Oscure”. Igor, coetaneo di Moro, avrebbe partecipato agli interrogatori del leader DC. I [omissis, ndr], già da oltre dieci anni, avevano un ufficio in via Arenula, dove provvedevano al reclutamento di giovani che, successivamente, partecipavano a riunioni politiche nei possedimenti [omissis, ndr], in particolare nella tenuta di [omissis,ndr] e nella stanza del “cardinale” all’interno del Castello di [omissis,ndr]. Gli accertamenti condotti hanno permesso di identificare Igor Markevitch, marito di [omissis, ndr] e nipote di Margaret Chapin [omissis, ndr] >>


In quel lontano 1978 questa informativa aveva indicato in un noto “musicista di fama internazionale” il “capo” delle Brigate Rosse: appunto Igor Markevitch. L’ufficio controspionaggio del SISMi agli ordini del Generale Demetrio Cogliandro si era quindi subito attivato. L’informativa porta la data ufficiale del 14 ottobre ‘78. In realtà, su questo dato, è poi nato un piccolo giallo derivante dalla circostanza secondo la quale già il 1° maggio di quell’anno agenti del SISMi, su incarico del Generale Cogliandro, si sarebbero recati a Palazzo Caetani nel centro di Roma per compiere indagini.

L’episodio viene così riportato da Rita Di Giovacchino nel suo volume inchiesta Il libro nero della Prima Repubblica: << Era il primo maggio 1978, mancava ancora una settimana al compimento della tragedia, quando due agenti del nostro controspionaggio, Antonio Ruvolo e Giuseppe Corrado, si recarono a Palazzo Caetani, nella stessa strada dove otto giorni dopo sarebbe stata parcheggiata la Renault rossa con il corpo di Moro. I due agenti, su richiesta del loro superiore, generale Demetrio Cogliandro, cercavano informazioni su un certo Igor Caetani, ma non c’erano discendenti maschi della nobile famiglia romana. L’ultimo era Michelangelo che aveva avuto soltanto una figlia femmina, Topazia, sposata con il musicista Igor Markevitch, direttore dell’Accademia di Santa Cecilia, dal quale però era ormai divorziata […] Le indagini si bloccarono per colpa di un non meglio identificato “ordine superiore” […] e ai due agenti, il 9 maggio, non restò che constatare che la missione era fallita proprio lì, in via Caetani, quando si stava per aprire la “porta segreta” >>. Secondo la Di Giovacchino l’ordine di sospendere le indagini nei riguardi di Palazzo Caetani sarebbe arrivato dal direttore del SISMi, il Generale Giuseppe Santovito. Sulla base di questa ricostruzione, l’azione del SISMi dovrebbe inquadrarsi durante e non dopo i giorni del sequestro Moro. Perché allora postdatare l’informativa? Secondo la Di Giovacchino perché:<< in questo caso si voleva evidentemente allontanare lo spettro che la mancata indagine fosse costata la vita a Moro >>. E’ un’interpretazione plausibile, che comunque non inficia il fatto che l’intelligence militare italiana avesse, praticamente sin da subito, imboccato una strada che alcuni inquirenti avrebbero poi definito “interessante”. Il dato secondo cui le indagini vennero svolte a sequestro Moro ancora in corso sarebbe inoltre stato confermato da Corrado (come scrive Stefano Grassi nel suo libro). L’ “equivoco” sulla discrepanza delle date deriva dal fatto che l’informativa nel 1980 fu trasmessa alla (prima) ‘Commissione Moro’ con la data del 14 ottobre. L’episodio fu poi ripreso dal “Corriere della sera” il 30 maggio 1999. 


 
La “fonte molto attendibile”, di cui si parla nell’informativa, altri non era che il braccio destro di Cogliandro, il Capitano dei Carabinieri Antonio Fattorini, che aveva buoni contatti con il Mossad, il servizio segreto israeliano. Da ambienti dei servizi israeliani sarebbe dunque pervenuta alla nostra intelligence militare l’indicazione relativa a Markevitch. Nell’informativa si poteva anche leggere che sulla base degli accertamenti condotti era stata identificata una certa Laura Di Nola, militante di estrema sinistra sospetta fiancheggiatrice delle Brigate Rosse e occupante un appartamento in via Sant’Elena nei pressi di palazzo Caetani a Roma. In una agenda che le fu sequestrata fu trovato scritto il nome “Hubert” e un numero telefonico accanto. Tanto bastò perché alcuni collegassero questo nome a quello del “cugino acquisito” di Igor Markevitch, Hubert Howard, ex ufficiale inglese dell’intelligence anglo-americana durante la Seconda guerra mondiale, assegnato al  Psychological Warfare Branch (PWB) in Italia, il quale aveva sposato la principessa Lelia Caetani (cugina di Topazia), divenendo così il dominus del feudo di Ninfa, essendo scomparsi gli ultimi discendenti maschi dell’importante famiglia romana, Roffredo (Principe di Bassiano e ultimo Duca di Sermoneta, padre di Lelia, il quale aveva sposato la “Margaret” -in realtà Marguerite- citata nell’informativa del SISMi) e Camillo Caetani (fratello di Lelia caduto sul fronte albanese nel 1940).
Igor Markevitch, compositore e direttore d’orchestra di riconosciuto e apprezzato talento in tutto il mondo, aveva sposato Topazia Caetani nel 1946 a Vevey in Svizzera. Topazia Caetani era figlia del fratello minore di Roffredo, Michelangelo Caetani (1890-1941) e di Cora Maria Antinori. Il padre Michelangelo era l’ultimogenito di Onorato Caetani (1842-1917), che tra i titoli personali aveva portato quelli di XIV Duca di Sermoneta, V Principe di Teano, Marchese di Cisterna e Signore di Ninfa. Onorato Caetani, che fu Sindaco di Roma dal 1890 al 1892, aveva sposato Ada Costanza Bootle Wilbraham dei Conti di Lathom. Hubert Howard (nato a Washington ma di origini inglesi) poteva vantare un lignaggio pari a quello della consorte, appartenendo egli ad un ramo cadetto dei Fitzalan-Howard, Duchi di Norfolk e Pari del Regno Unito. Nonostante tali blasonature, almeno per quanto concernette le indagini su Igor Markevitch, la Di Giovacchino scrive che, non: << fu il lignaggio dell’indagato a scoraggiare gli agenti del SISMI […] Anzi Ruvolo e Corrado si spinsero fino a […] Ninfa, l’antico feudo dei Caetani che Howard nel corso degli anni aveva trasformato in una regale residenza […] Il castello era da tempo circondato da leggende su misteriose riunioni notturne, riti magici e sedute spiritiche, cui partecipavano oltre ai fantasmi della Storia, anche politici e diplomatici di alto rango. Una fama [scrive sempre la Di Giovacchino] che non era ignota al SISMI, come anche il fatto che la tenuta fosse meta in ore diurne di capi di Stato, uomini dell’alta finanza e dell’intelligence. Tra le amicizie più antiche di Howard c’era quella con Kermit, il figlio di Theodore Roosevelt, sostenitore della “sinarchia” o governo globale (una teoria che puntava alla disgregazione degli Stati nazionali in più minuscole comunità etniche) e che, a cavallo della seconda guerra mondiale, aveva svolto un’intensa attività nell’OSS [Office of Strategic Services, servizio d’intelligence antesignano della CIA, ndr] >>. Uno dei due agenti del SISMi, Giuseppe Corrado, affermò infatti di essersi recato al castello di Sermoneta, dove si trova la “stanza del cardinale” indicata nell’informativa citata, per reperire informazioni su Markevitch. Le proprietà dei Caetani, in quanto feudatari storici di una vasta aerea tra Roma e Napoli, erano (e sono) molteplici. Le principali posso essere considerate quelle di Palazzo Caetani ubicato nella capitale (oggi sede di varie istituzioni tra cui il Centro Studi Americani) al civico 32 di via delle Botteghe Oscure e il Castello Caetani a Sermoneta. Per l’esattezza Palazzo Caetani (che il "Corriere della Sera" tempo fa definì il palzzo dei "destini incrociati") a Roma costituisce un’ala del preesistente edificio signorile tardo rinascimentale ‘Mattei di Giove’ (chiamato anche palazzo Antici Mattei) la cui costruzione iniziò nel 1598 per volontà di Asdrubale Mattei, Duca di Monte Giove. Nel 1613 fu aggiunto il braccio che oggi viene occupato da Palazzo Caetani. Terminato nel 1618, dal 1938 è dello Stato italiano e oltre al Centro Studi Americani vi hanno sede la Biblioteca di storia moderna e contemporanea, l’Istituto Centrale per Beni Sonori e Audiovisivi (ex Discoteca di Stato) e l’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea. Sempre in via Michelangelo Caetani a Roma si trova anche il Conservatorio di Santa Caterina della Rosa. Palazzo “Mattei di Giove” costituisce nel complesso un insieme di ben cinque edifici che danno origine alla cosiddetta “isola Mattei” (insula Mattei) nel rione di Sant’Angelo, che comprende anche il Ghetto ebraico, costituendo un intero isolato che si affaccia su più di una via e con diverse entrate. Secondo le ricostruzioni fatte dai giornalisti Rita di Giovacchino e Stefano Grassi le indagini del SIMSi compiute tra il 1° e 9 maggio di quel 1978 si sarebbero fermate, per un ordine proveniente dall’alto, alle soglie delle due proprietà avite della storica famiglia romana quando Moro era prigioniero dei suoi sequestratori. Prigioniero ma (ancora) vivo. Perché tanta attenzione verso Igor Markevitch? Anzitutto perché sia il SISMI sia la “Commissione Stragi” ritennero opportuno prendere in considerazione questa “pista”, suggerita (a quanto pare) da uno dei più efficienti servizi d’intelligence al mondo, il Mossad. In secondo luogo perché un giornalista americano ma con origini italiane, Cristiano Lovatelli-Ravarino, imparentato con i Caetani e nipote di Igor Markevitch, ha asserito egli stesso in un articolo che Markevitch fosse “il Grande Vecchio” delle Br, rivelando, ovvero alludendo anche a particolari inediti sull’archivio personale del marito di Topazia Caetani ora non più conservato in Italia. Come per la presenza in via fani del Colonnello Guglielmi, anche nel caso di Igor Markevitch esistono pareri discordanti. Per Francesco Cossiga, ad esempio, (citato da Grassi) Markevitch << ospitò probabilmente nella sua casa di Firenze la riunione in cui fu decisa la morte di Moro >>. 

Diversamente, il giornalista Rai Alessandro Forlani nel suo libro La zona franca. Così è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Moro, pur accennando alla figura di Howard e al (presunto) ruolo di Markevitch, non risparmia di riportare anche i giudizi lusinghieri sulla figura del gentiluomo e aristocratico inglese. Per Forlani infatti: << Hubert Howard è la tipica figura di nobile del Novecento […] [dalla] madre [una] contessa italiana […] egli prende l’italiano come lingua madre e il cattolicesimo come religione. Nella sua regola di vita, che redige nel ’39, Hubert Howard indica la preghiera e la frequentazione della messa come dovere quotidiano […] muore nel 1987 lasciando di sé il ricordo di una persona impeccabile >>. Forlani riporta come chi lo avesse conosciuto abbia sempre accolto << le allusioni a un ruolo di “grande vecchio” di Howard […] con stupore e irritazione. Era un gran signore rispettoso di ogni regola e cortese anche le persone più umili, dalla quali si faceva chiamare semplicemente signor Howard o mister Howard […] Certo, [aggiunge Forlani] per quanto fosse alla mano, era un nobile e aveva amicizie altolocate. A Ninfa vennero varie volte le famiglie reali inglese e olandese: Elisabetta II venne due volte, una da principessa e una da regina. Le due firme, una col cognome, una senza, sono ancora visibili sul registro dei visitatori >>. E’ un dato, certamente, che va tenuto in grandissima considerazione. Così come va tenuto in considerazione il fatto che oltre al fior fiore dell’aristocrazia europea a Ninfa venivano: << anche molti politici italiani […] in specie Taviani, Adreotti, Pertini e Mattei, che dai tempi della Resistenza era rimasto molto amico di mister Howard. A Mattei addirittura era consentito di andare a pesca nella riserva di Ninfa. Gli intellettuali e i giovani, anche di Sinistra, frequentavano da sempre i salotti dei Caetani. Negli anni Trenta, in pieno fascismo, Marguerite Chapin, la moglie americana di Roffredo, pubblicava una rivista letteraria aperta agli influssi più diversi. Questa tradizione è proseguita dopo la Seconda Guerra Mondiale con la rivista “Botteghe Oscure”, che portò in Italia il poeta Dylan Thomas >>. 


  
Eppure anche per Forlani, che ha sentito la necessità di dedicare una ventina di pagine ad Howard, persiste un alone di “mistero” attorno a questa figura di aristocratico anglo-italiano con natali americani. Aggiunge infatti come egli fosse un: << personaggio insospettabile. Figlio di lord ma cadetto […] Riceve con familiarità, come mostrano i registri di Ninfa, il figlio del Presidente Theodore Roosevelt, Kermit (di cui è stato commilitone), il più influente massone d’America, il principe Bernhard di Olanda, il fondatore del Bilderberg Group, ma anche Enrico Mattei, uno degli acerrimi nemici del capitalismo anglo-olandese […] Howard pratica l’ecologia, ma senza disdegnare gli investimenti finanziari. La politica la conosce bene e sa che la discrezione ne è somma legge, le chiacchiere le lascia fare alla “gente nova” che, come scrive Dante, volentieri si propone di imbarcarvisi. In sostanza, niente di […] concreto, per dire alcunché su un ruolo avuto nel caso Moro, se non l’affermazione – priva di fonte – fornita da Giovanni Fasanella, secondo cui Howard avrebbe contattato il governo italiano nei giorni del sequestro per offrire i suoi servigi. Anche l’ipotesi di Fasanella, che Howard sia il grado 51 – in latino “GradoLI” – della confraternita dei Rosacroce, ovvero il Signore del Gladio, è inverificabile ed è stata il centro della sferzante ironia de “la Repubblica” nella stroncatura de Il misterioso intermediario >>. Aggiungo inoltre che il Senatore Flamigni ritiene inverosimile che Markevitch possa avere svolto un ruolo, almeno nei 55 giorni del sequestro Moro, perché, stando alle sue parole, l’allora Maggiore del Reparto Anti Eversione del ROS Carabinieri, Massimo Giraudo, gli avrebbe riferito che, sulla base di indagini da lui condotte, si sarebbe appurato che in quel lasso di tempo Markevitch non avesse soggiornato a Roma.
Ciò non ostante, aggiunge, quasi "sibillino", Forlani << di politica e spionaggio Howard si era occupato eccome >>. E racconta, in un passaggio del suo volume, come abbia chiesto al (controverso) scrittore di origini russe Daniel Estulin di spiegare: << chi fossero in concreto i principali attori del fallimento della trattativa per salvare Moro >>. La risposta, scrive Forlani, è questa: << Agenti doppi come il pianista Igor Markevitch e il suo parente acquisito, il nobile angloamericano Hubert Howard, hanno avuto un ruolo molto importante nella vicenda >>.


Per alcuni commentatori, ogni aspetto controverso, riguardante l’operato dell’intelligence italiana (sia civile che militare) sul “caso Moro”, che poteva essere chiarito sulla base di prove documentali è stato riportato alla sua natura originale, depurato da ogni elemento “inquinante”. Ciò non significa che non permangano, ancora, esigue, zone d’ombra che attendono di essere portate alla luce. Ma questo, come sostenuto anche da Miguel Gotor in un interessante articolo apparso sul quotidiano “la Repubblica” e ripreso sul suo blog è, soprattutto, (ormai) un lavoro da storici; salvo, ovviamente, che nel frattempo emergano nuovi (e concreti) particolari. A questo proposito, e con l’esplicita volontà di ricollegarmi a quanto detto prima circa l’operato dell’intelligence italiana, vorrei ricordare che i servizi segreti italiani recentemente hanno mostrato la più totale collaborazione e trasparenza. A fine marzo scorso infatti, davanti al Copasir, un alto responsabile dell’intelligence italiana ha ribadito come si stia facendo un lavoro molto accurato. L’alto funzionario si riferiva al termine per la scadenza (a breve) della classifica, trentennale, di segretezza dei fascicoli riguardanti il “caso Moro” e attualmente custoditi negli archivi dei servizi segreti. Si tratta di 1.200 pagine di documenti non coperti da Segreto di Stato e già messi a disposizione della Magistratura e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta che nel corso degli anni si sono occupate del “caso Moro”. Questa trasparenza è stata resa possibile grazie anche alla Legge di riforma dei servizi segreti italiani del 2007, che, tra le altre cose, ha regolato la normativa sul “segreto di Stato” e ha, si può dire definitivamente, sgombrato il terreno da ogni sorta di “equivoci” del passato (anche grazie all’introduzione di figure nuove all’interno della “comunità italiana d’intelligence”). L’alto funzionario ascoltato dal Copasir ha confermato infatti come proprio grazie a quella Legge il “patrimonio, correne e storico” rappresentato dalle carte in possesso dell’archivio dei servizi segreti, sia “diventato un bene tutelato”.


STORIOGRAFIA DEL CASO MORO: “conversazione” con il Senatore Giovanni Pellegrino

Nello scambio via e-mail cui accennavo all'inizio di questo post, il Senatore Pellegrino mi inviò un documento dal quale mi indicava di trarre le considerazioni che ritenessi maggiormente utili alla mia indagine storica. Una versione di questa “conversazione” con il Senatore Giovanni Pellegrino era già apparsa sul portale di informazione culturale “Milano Post” in due parti. Le tematiche poste all’attenzione del Senatore sono state rivolte e riportate (compresa la versione edita sul portale culturale "Milano Post") sulla base della tecnica dell’intervista qui intesa quale uno degli strumenti d’indagine della metodologia della ricerca storica. Traendo la sua principale fonte da una memoria storica dell’interlocutore essa assume pertanto la natura di fonte documentaria storiografica considerevole. Ed è inoltre parte integrante di un progetto editoriale relativo ad un breve saggio storico sul caso Moro che dovrebbe vedere la luce prossimamente in forma di e-book.

Sulla nuova Commissione d’inchiesta costituita nel 2014. Nell’arco di tredici anni, dal 1983 al 1996, ci sono stati ben cinque processi, (quattro se si considera che il Moro I e il Moro bis furono poi accorpati in un unico procedimento), e due Commissioni d’inchiesta, di cui l’ultima, quella da lei presieduta, ha coperto ben tre Legislature. Oggi il Parlamento ritiene di dovere “riaprire il caso” per sopraggiunti “elementi di novità”. Grazie ai documenti e alle conclusioni cui pervennero la Magistratura e la sua Commissione è ora possibile inquadrare meglio lo sfondo lungo il quale si mossero i principali attori protagonisti degli eventi rappresentati dal sequestro Moro

<< La ringrazio dell’attenzione ancora rivolta all’impegno, che, quale Presidente della Commissione bicamerale di inchiesta sul terrorismo e le stragi, ho dedicato al caso Moro. Dal termine di quell’impegno sono passati quasi 13 anni. Ho continuato a leggere abbastanza ciò che su questo snodo importante della vita nazionale ha continuato ad essere pubblicato. Alcuni contribuiti mi sono parsi ottimi, in particolare i due lavori di Miguel Gotor sulle lettere di Moro e sul suo memoriale*; altri assai meno. Affermare che il lavoro della Magistratura su Moro sia stato inutile, è indubbiamente fallace ed ingiusto. Le duplici iniziative assunte alla Camera e al Senato, se avranno esito positivo, porteranno inevitabilmente alla costituzione per legge di una nuova Commissione bicamerale, non essendo prospettabile che, su un medesimo oggetto di inchiesta, vengano istituite due distinte commissioni monocamerali. Senonché l’esperienza di Commissioni bicamerali di inchieste sul difficile vissuto del nostro Paese ha, per due volte, nel recente passato conosciuto esiti deludenti. >>

* [: Miguel Gotor, “Il memoriale della Repubblica: gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, Einaudi]


Sui possibili oggetti d’indagine di una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul “caso Moro”

<< Sugli aspetti criminali della vicenda Moro (l’organizzazione e la dinamica dell’agguato, i partecipanti allo stesso, la prigionia di Aldo Moro in via Montalcini) la Magistratura romana ha fatto complessivamente un buon lavoro al termine di inchieste e processi che hanno fatto sufficiente chiarezza, anche se permangono zone di opacità, nutrite dalla certezza che almeno su alcuni particolari del sequestro i brigatisti non abbiano detto (o almeno non detto per intero) la verità. Accenno soltanto a due. Il primo riguarda la situazione del prigioniero. Non è credibile che Moro sia stato costretto per così lungo periodo nelle condizioni di prigionia descritte dai brigatisti. Anche a voler ammettere che Moro sia stato sempre prigioniero in via Montalcini, una così prolungata permanenza in uno spazio ristrettissimo avrebbe dovuto comportare situazioni di degrado fisico e di distrofia muscolare, che nell’autopsia non sono state constatate. E’ quindi il “corpo di Moro” a smentire la verità della versione brigatista. Né è pensabile che Moro abbia potuto scrivere tutto ciò che ha scritto (e che probabilmente non è stato interamente recuperato) in uno spazio angusto e in condizioni di indubbia difficoltà scrittoria. La ordinata grafia dei suoi autografi indubbiamente fa propendere per condizioni diverse di prigionia. >>

Sulla figura di Giovanni Senzani, all’epoca famoso accademico, psichiatra e consulente istituzionale, ma allo stesso tempo (come poi si appurò) vicino alla direzione strategica superiore delle Br denominata “Superclan” che aveva sede presso il “comitato rivoluzionario toscano” a Firenze

<< L’indagine ci portò ad individuare con precisione il luogo di provenienza delle carte Moro e cioè il luogo fiorentino, in cui il comitato esecutivo delle Brigate rosse si riunì durante il sequestro; un’abitazione in disponibilità di un membro del comitato rivoluzionario toscano delle BR, composto da irregolari e cioè da brigatisti, che non avevano fatto la scelta della clandestinità e quindi non vivevano sotto falso nome. Fu lì che la sentenza fu pronunciata e fu assunta la decisione di darvi esecuzione. Fu una acquisizione che a me e agli altri membri della Commissione sembrò di notevole importanza anche per ciò che riguardava l’elevata possibilità che alle riunioni del Comitato esecutivo delle Br in Firenze, partecipasse anche l’enigmatica figura di Senzani, che secondo gli accertamenti della magistratura romana sarebbe entrato a far parte delle Brigate rosse (e direttamente in una posizione di vertice!) solo dopo che la vicenda umana di Moro si era conclusa; mentre la magistratura fiorentina colloca l’adesione di Senzani alle BR in periodo anteriore al sequestro. Illuminanti furono per noi furono in particolare le audizioni di due magistrati, che avevano operato in Firenze: Chelazzi, purtroppo prematuramente scomparso, quando rivestiva il ruolo di Viceprocuratore distrettuale antimafia, e Tindari Baglioni, che in maniera colorita ci disse che Senzani in Firenze operava contemporaneamente come consulente delle BR e … della Polizia! E’ stato pure accertato che del vertice delle BR faceva parte non solo Senzani, ma anche il cognato di Senzani, Enrico Fenzi, e cioè uno dei maggiori dantisti italiani. >>

Sulla figura e il ruolo del consulente esperto di anti terrorismo Steve Pieczenik, inviato dagli Stati Uniti per aiutare il comitato di crisi al Viminale, che oggi per sua stessa ammissione, fatta al giornalista francese Emmanuel Amarà, Pieczenik avrebbe rivelato di avere elaborato allora un piano per spingere le Br ad uccidere Aldo Moro.

<< L’esperto americano ha dato nel tempo versioni via via diverse del lavoro svolto nel Comitato di crisi. Ciò malgrado il suo ruolo fu abbastanza chiaro: impedire che il governo italiano cedesse al ricatto brigatista, concedendo il riconoscimento politico, cui le BR ambivano, pur nella consapevolezza che ciò portasse al sacrificio dell’ostaggio. >>

Sul “Grande Vecchio delle Br”, ovvero di colui il quale sarebbe stato, per erudizione e “status” sociale, ben al di sopra dei brigatisti e loro silenzioso suggeritore dietro le quinte, ospitandoli perfino in una tenuta toscana da cui avrebbe coordinato gli interrogatori di Moro. Dalle carte portate alla luce in Commissione Stragi emerge che già nell’ottobre del 1978 una informativa riservata del SISMi (il servizio segreto militare che si era attivato sin dalle prime battute del sequestro) avesse indicato in un famoso musicista di origini straniere, Igor Markevitch, ma sposato ad una nobildonna romana, il “Grande Vecchio”, l’oscuro “Anfitrione” di cui hanno parlarono anche alcuni brigatisti nelle loro deposizioni. E sul perché non fu mai approfondito questo filone

<< Il vissuto di Markevitch (personaggio intimamente “doppio”) è tale da rendere non impossibile che a Markevitch si sia pensato quale tramite di una possibile trattativa; questo potrebbe spiegare perché indagini appena avviate sul musicista furono interrotte. >>

Sempre in merito alla figura del famoso musicista di fama internazionale Igor Markevitch, in merito alla quale già in passato il Senatore Pellegrino affermò di non ritenere che fosse il “Grande Vecchio delle Br” e che al massimo egli possa avere svolto unicamente il (potenziale) ruolo di “misterioso intermediario” durante i giorni del sequestro Moro.

<< Continuo a pensare che non vi sia alcun elemento che renda credibile l’identificazione in Igor Markevitch del “grande vecchio” delle Brigate rosse o comunque di uno dei soggetti, che hanno potuto contribuire a quella etero direzione delle BR, nella quale non credo. Al contrario una inchiesta parlamentare avrebbe più senso se avesse ad oggetto aspetti della vicenda che sono stati abbastanza trascurati; cioè quanto è avvenuto dall’altra parte della barricata, soprattutto a valle della decisiva “torsione”, che si determinò nella vicenda, quando Moretti, con una scelta abbastanza incomprensibile, decise di rendere noto in un comunicato delle BR il contenuto della prima lettera di Moro a Cossiga, che il prigioniero aveva affidato ai brigatisti con l’impegno che restasse segreta, atteso che solo la segretezza avrebbe potuto favorire il progredire della trattativa, cui Moro invitava lo Stato e che già in partenza appariva molto difficile. A ciò si aggiunge che Moro nella sua lettera prospettava la possibilità di essere costretto a rivelare alle BR notizie sensibili per l’interesse della DC e dello Stato. E’ del tutto verosimile presupporre che dal quel momento per lo Stato e per i suoi apparati di sicurezza ciò che Moro aveva rivelato o stava rivelando alle Brigate rosse diventasse importante quanto e forse più della salvezza del prigioniero (il c.d. “doppio ostaggio”); per cui se il Governo restò fermo nella decisione di non aprire una trattativa con le BR che salvasse Moro, pagando il prezzo del riconoscimento politico, cui le BR ambivano non è credibile che il Governo sia rimasto insensibile alla possibilità di recuperare le “carte Moro”. E’ quindi ben possibile che “apparati” abbiano cercato di recuperare o almeno di neutralizzare le carte di Moro anche attraverso l’instaurarsi di una trattativa. Per questo negli anni finali della mia presidenza ritenni di accentrare lo sforzo investigativo della Commissione sul problema delle “carte Moro”; e il lavoro che svolgemmo fu indubbiamente importante, perché servì innanzitutto a far luce su come le carte Moro pervennero nel covo di Via Montenevoso, smentendo la ricostruzione che della scoperta del covo era stata accreditata. >>

Sul “livello superiore” delle BR, cui accennarono Renato Curcio e Valerio Morucci e dal Senatore Pellegrino chiamato “l’Entità”. Curcio parlò di: << cose che noi non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole o le prove per dirlo, ma che tutti sappiamo. Sorta di complicità tra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo >>. Si è anche fatto riferimento alla misteriosa scuola di lingue Hyperion, con sede a Parigi, come centro di collegamento tra elementi legati a vari servizi segreti (sia occidentali che dell’Est) e al terrorismo (tra cui lo stesso Mario Moretti).

Le BR furono un fenomeno nazionale, rapirono Moro per fini indubbiamente rientranti nei loro obiettivi, lo sottoposero a processo secondo un loro codice, in applicazione del quale lo condannarono a morte e, sia pure a valle di un contrasto interno abbastanza ricostruito, decisero di eseguire la sentenza. L’ipotesi di un’eterodirezione delle Brigate rosse, allo stato delle acquisizioni, è restata tale, così come mera ipotesi è rimasta quella di un “grande vecchio”, che è stata formulata, muovendo del presupposto di uno scarso livello culturale dei vertici brigatisti individuati e assicurati alla giustizia (anche il Presidente della Repubblica Scalfaro nel commemorare alla Camera dei Deputati Aldo Moro nel ventennale della sua uccisione avanzò una ipotesi di tal tipo). Ovviamente in un mondo diviso in due dalla Guerra Fredda contatti delle BR con i servizi dell’una e dell’altra parte, in cui il mondo era diviso, sono stati accertati sia pure in parte (anche Moretti e non solo Senzani avevano contatti non limitati all’ambito nazionale): tra questi contatti potrebbero rientrare anche quelli con Hyperion e con i componenti del cosiddetto Superclan, in entrambi apparendomi eccessivo individuare un livello sovraordinato ed extranazionale della organizzazione brigatista. Ugualmente, una volta che noto che Moro era sottoposto al sequestro brigatista e stava collaborando, sarebbe colpevolmente ingenuo pensare che servizi stranieri non si siano attivati, ciascuno avvalendosi dei contatti che avevano con i servizi italiani, gli uni per -carpire- il segreto, gli altri per -coprirlo-. In altri termini se le ipotesi di un sequestro di un omicidio su “mandato” non reggono allo stato delle acquisizioni, è estremamente probabile che influenze esterne durante il sequestro vi siano state ed abbiano influito nel determinarsi del suo tragico epilogo.

Ancora sull’enigmatica figura di Senzani, psichiatra di fama e consulente di vari organismi istituzionali. La Magistratura appurò che egli fosse però anche partecipe dei vertici delle Br. Tuttavia, come per Markevitch, gli “storici del caso Moro” generalmente (e ufficialmente) considerano questo argomento “secondario” rispetto ad altri aspetti della vicenda. Anche l’interesse della Commissione Stragi sull’argomento Senzani venne interpretato da alcuni quasi come l’indebita violazione di un “tabù”

<< L’impressione che ne ho avuta - ma che potrebbe essere fallace -  fu che avessimo toccato un “nervo scoperto”, che non era opportuno … irritare. E ciò rinvia alle parole di Curcio, che evocano una “sorta di complicità tra noi [le Br, ndr] e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo”.Una inchiesta parlamentare potrebbe tentare di fare luce quelli che a suo tempo ho definito gli “ambiti di contiguità” con le BR, il che potrebbe spiegare il “patto di silenzio” tra BR e i poteri, cui Curcio accennò. Gli ambiti di contiguità hanno probabilmente avuto una influenza nella gestione del processo [delle Br a Moro, ndr], una volta che molte delle domande che furono rivolte a Moro ricostruite attraverso l’analisi del memoriale non appartenevano alla cultura dei carcerieri di Moro. Efficacemente, sentito dalla Commissione, Signorile ci parlò di un “interrogatore collettivo” per spiegare perché nel noto fumetto di Metropolis (dove i volti dei protagonisti del sequestro sono ricostruiti con sufficiente esattezza) quello di chi conduceva l’interrogatorio è volutamente irriconoscibile. >>

Sulla tesi circa una presunta trattativa con le BR per la liberazione di Moro

<< Vi è un autografo di Moro i cui le condizioni di una possibile trattativa vengono con sufficiente chiarezza definite: Moro promette la sua uscita dalla vita politica, si dichiara ormai estraneo al partito della DC, formula giudizi durissimi su Andreotti e Berlinguer e ringrazia la unilaterale generosità delle BR per avergli salvato la vita. Una trattativa tra le BR e i poteri era quindi in corso, le ragioni per cui sia fallita conducendo all’esito tragico della morte di Moro non sono state mai abbastanza chiarite. Può ipotizzarsi che la trattativa sul recupero delle carte Moro quella volta alla salvezza dell’ostaggio si siano intrecciate e che il successo della prima abbia determinato il fallimento della seconda. >>

Sul più grande sfondo dello scenario macro-economico e finanziario internazionale entro cui collocare il caso Moro. Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’80 stavano mutando le strutture del potere finanziario in Italia e in Europa. Ad esempio in Italia nel 1981 vi fu il cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, ovvero la facoltà riconosciuta dal Ministero a Bankitalia di non essere obbligata a coprire le emissioni di Titoli di Stato invenduti, costringendo così l’Italia a “finanziarsi” sui mercati internazionali. Inoltre nella classe dirigente italiana due schieramenti si stavano confrontando sull’Europa e sul Sistema Monetario Europeo (SME): da un lato gli “euro-moderati”, e dall’altro gli “euro-estremisti”, questi ultimi tecnocrati decisi a cedere la sovranità monetaria (ufficialmente) per sottrarre potere alla classe politica considerata corrotta e clientelare. Il Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi sarebbe stato tra i primi, come anche l’economista Federico Caffè. L’uscita di scena violenta di Aldo Moro (anch’egli critico verso gli “euro-estremisti”), si possono inserire nello scontro prima citato? Può essere uno dei moventi, insieme alla politica filo-araba seguita da Moro che tanto avrebbe dato fastidio ad ambienti atlantisti e americani? In questo senso in che misura il sequestro Moro ha rappresentato per la storia politica del nostro Paese uno spartiacque?

<< La figura di Moro e il suo vissuto politico è estremamente complesso. In questo sono le ragioni per cui le BR decisero di rapirlo e poi di ucciderlo, quale protagonista di una stagione politica, quella della solidarietà nazionale, che indubbiamente le BR vedevano come fumo negli occhi. Ovviamente nel vissuto di Moro vi sono molti altri aspetti che hanno potuto indurre apparati esteri e italiani a lasciare che le cose andassero come sono andate e si concludessero con la morte dell’ostaggio. >>

Conclusioni: nel Disegno di Legge per una nuova commissione bicamerale sul caso Moro presentato dal Senato si afferma che il suo unico rammarico come Presidente della Commissione Stragi fu quello di  non essere approdato ad una relazione finale. Tuttavia la qualità e quantità di materiali esaminati e raccolti non fu affatto trascurabile. La nuova commissione potrebbe partire da quei risultati per accertare definitivamente chi, come e soprattutto perché rapì e uccise Aldo Moro

<< La Commissione da me presieduta, soprattutto nella Legislatura 1996-2001, fece un ottimo lavoro di approfondimento in un clima sufficientemente bipartisan. Gli esiti di quel lavoro portarono alla redazione da parte mia del testo di due relazioni: l’una sulla cosiddetta “notte della Repubblica” da Piazza Fontana al caso Moro, l’altra specifica sul caso Moro; frutto entrambe – soprattutto la seconda – di un lavoro collettivo. Ma approssimandosi la fine della Legislatura il clima politico cambiò, anche all’interno della Commissione; la volontà di utilizzare la storia come bastone nei confronti dell’avversario politico tornò a divenire prevalente; nessuna delle due relazioni venne così posta ai voti, anche se l’Ufficio di Presidenza deliberò di pubblicare il testo di tutte le relazioni proposte dai vari gruppi e di rendere conoscibile su supporto informatico l’intero archivio della Commissione. Meglio per me sarebbe lasciare la materia agli storici, sottraendola ad apriorismi politici, da cui non riusciamo a liberarci. Una nuova inchiesta parlamentare potrebbe chiarire un aspetto della vicenda, che è rimasto abbastanza incomprensibile. Si sa che le carte Moro furono inviate da Firenze, sia pure in copia, non solo a Milano, ma anche alle altre colonne delle BR. E tuttavia in nessun altro covo è stata trovata traccia, anche minimale di quella documentazione >>.

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Ho cercato, sin qui, di ripercorrere i principali aspetti storici dell’agguato di via Fani e in generale del “caso Moro”, senza tuttavia avere la benché minima pretesa di essere stato esaustivo e completo, riportando i fatti agli atti (secondo quello che è il metodo di lavoro storico basato sulle fonti documentali) e le interpretazioni che persone autorevoli (come, ad esempio, il Senatore Pellegrino), le quali hanno vissuto in prima persona le vicende legate al rapimento e all’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, hanno tratto in tutti questi anni. In conclusione ritengo sia doveroso ricordare la memoria dei cinque agenti di scorta di Moro che quella mattina del 16 marzo 1978 caddero, nell’adempimento del loro dovere al servizio dello Stato:





Oreste Leonardi, Maresciallo dei Carabinieri (caposcorta)
Domenico Ricci, Appuntato dei Carabinieri (autista)
Raffaele Jozzino, Polizia di Stato (agente di scorta)
Giulio Rivera, Polizia di Stato (agente di scorta)
Francesco Zizzi, Polizia di Stato (agente di scorta)

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