"Imperare sibi maximum imperium est"

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lunedì 7 aprile 2014



La NATO ha compiuto 65 anni. Viaggio alla scoperta delle origini lontane dell’Alleanza del Nord Atlantico



Venerdì scorso 4 aprile l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO, North Atlantic Treaty Organization, in francese OTAN, Organisation du Traité de l'Atlantique du Nord) ha compiuto 65 anni dalla sua fondazione, avvenuta il 1949 a Washington. A ben guardare, le radici di quella che è la più importante organizzazione di sicurezza collettiva dal secondo dopoguerra affondano nei primi anni Quaranta. Bisogna infatti ripercorrere quelli che la NATO stessa chiama “gli antecedenti dell’Alleanza” (The Antecedents of the Alliance), primo fra tutti l’incontro, avvenuto a bordo della nave da guerra inglese HMS “Prince of Wales” nella baia di Terranova, tra il Primo Ministro britannico, Winston Curchill e il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, il 14 agosto 1941. 


1941, Roosevelt e Churchill sottoscrivono la "Carta Atlantica"

Allora l'attenzione delle due potenze anglo-sassoni era assorbita dagli eventi bellici: le divisioni corazzate tedesche avanzano senza sosta nelle sconfinate pianure dell’Unione Sovietica e il Giappone si stava preparando ad attaccare la flotta statunitense a Pearl Harbor. Nonostante ciò, ovvero nonostante la guerra non avesse toccato ancora il suo culmine e gli Stati Uniti non fossero ancora, formalmente, entrati nel conflitto, i due statisti enunciarono alcuni punti, sottoscritti in un documento poi noto come “Carta Atlantica”, che avrebbero dovuto rappresentare i capisaldi di un futuro assetto post bellico delle nazioni, costituendo, anche, la base ideale su cui poi sarebbe sorta l’organizzazione delle Nazioni Unite. 


Alla sua nascita, infatti, la NATO aveva costruito il suo casus foederis proprio intorno all’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite (25 ottobre 1945), configurandosi in tal modo “non come un’alleanza tradizionale con un casus belli ed un nemico circoscritti e definiti, ma come una organizzazione di difesa (e, potenzialmente, di sicurezza) collettiva finalizzata a resistere a qualunque aggressione e teoricamente aperta a tutti” (Massimo De Leonardis, “La sicurezza dell’Europa e i rapporti con gli Stati Uniti dal Patto di Bruxelles alla Identità europea di Sicurezza e di Difesa”, in La nuova NATO: i membri le strutture i compiti, il Mulino, p. 54). L’articolo 51 dello Statuto ONU recita infatti:


 
<< Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell'esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell'azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. >>

Inserito, significativamente, nel Capitolo VII, intitolato “Azione rispetto alle minacce della pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”, il suo contenuto lasciava, e lascia tutt’oggi, aperta, per gli Stati che vogliano appellarsi ad esso, la possibilità di costituire strutture organizzate di difesa collettiva: nel secondo dopoguerra, la NATO non fu la sola di queste, ma fu accompagnata, ad esempio, dal “Patto di Varsavia” che riuniva i Paesi dell’ex “blocco sovietico”, sotto la leadership di Mosca. 



Il 17 marzo 1948, Belgio, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito firmarono il “Trattato di Bruxelles” per la cooperazione in ambito economico, sociale, culturale e, non ultimo, nel campo della difesa collettiva. Era l’embrione della futura alleanza che, allargata agli Stati Uniti, sarebbe divenuta la NATO. Come si può vedere, l’iniziativa non partì dalla sponda americana dell’Atlantico, bensì da quella europea. Così come, inizialmente, sia il “Trattato (o Patto) di Bruxelles” che il “Trattato Atlantico”, non furono intesi, unicamente, contro il blocco sovietico, ma siglati (anche) per fare fronte comune rispetto al timore, ancora presente in quei primi anni del secondo dopoguerra, di un “revanscismo” militarista tedesco. Tanto che l’aneddoto più in voga in quel periodo, attribuito a Lord Ismay (Hastings Lionel Ismay, 1° Barone Ismay; fu primo Segretario Generale della NATO dal 1952 al 1957), spiegava come l’Alleanza Atlantica servisse per: “tenere i russi fuori, gli americani dentro, i tedeschi sotto”. Le parole di Lord Ismay, lasciavano trasparire come la NATO fosse, inzialmente, intesa, anche, come strumento di equilibrio politico-diplomatico tra le potenze, quasi secondo uno schema di tipo bismarckiano. Tale caratteristica pseudo-bismarckiana, peraltro, perse ogni suo fondamento quando, dopo l’episodio della “crisi di Suez” (1956), le potenze europee (sopra tutte Francia e Gran Bretagna) si accorsero si essersi “risvegliate” in un mondo bipolare, dove i giochi a livello internazionale venivano condotti, secondo la profezia di Tocqueville, da due soli attori: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Questa “impotenza” europea si sarebbe acuita e conclamata nel marzo di quello stesso anno, durante i fatti di Budapest, quando gli equilibri di Yalta, ebbero il sopravvento, soffocandola, sulla volontà di autodeterminazione degli ungheresi. 

 
Lord Ismay


In un certo senso, nel ’56 si compì il lungo tramonto dell’eurocentrismo che, sin dal sorgere degli Stati nazionali nel XVI secolo, passando per la Pace di Vestfalia (1648), aveva reso il Vecchio continente arbitro dei destini del globo. L’11 giugno 1948 si consumava la quarta, e ultima, tappa storica degli “antecedenti dell’Alleanza” Atlantica: il Senato degli Stati Uniti votava la “Risoluzione 239” (“The Vandenberg Resolution”), con la quale autorizzava il Presidente degli Stati Uniti a “recepire” i principi contenuti nello Statuto delle Nazioni Unite, in particolare l’art. 51. Le basi giuridiche per la, futura, partecipazione degli US ad una struttura di difesa collettiva (la NATO) erano state poste. Poco meno di un anno dopo, il 4 aprile 1949 appunto, a Washington, dodici Paesi euro-americani firmavano il “Trattato del Nord Atlantico”: Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Islanda, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Portogallo e Italia. 

L'Atlantico settentrionale e lo Stretto di Danimarca
Perché la zona dell’Atlantico settentrionale ha rappresentato, per le due potenze anglo-sassoni, Stati Uniti e Gran Bretagna, una zona di così grande importanza strategica, tanto da dare il suo nome al Trattato istitutivo dell’Alleanza? Fu, tra gli altri, lo stesso Churchill a riconoscere che la, cosiddetta, “battaglia dell’Atlantico” aveva rappresentato la campagna militare più importante dell’intero Secondo conflitto mondiale. Lo studioso di storia militare Liddell Hart, nella sua Storia militare della Seconda guerra mondiale (edita in Italia da Mondadori), attribuisce ad essa, sostanzialmente, l’esito della vittoria finale contro la Germania, perché finché gli anglo-americani non fossero “riusciti a neutralizzare la minaccia degli U-Boote e quindi a vincere la battaglia dell’Atlantico sarebbe stato impossibile tentare di invadere l’Europa con sufficienti probabilità di successo. La battaglia dell’Atlantico era dunque diventata non meno cruciale […] Il suo esito dipende deva, in sostanza, dalla capacità di resistenza delle due parti, tanto sul piano materiale quanto su quello psicologico”. Liddell Hart ha spiegato come la “battaglia dell’Atlantico” avesse tenuto occupati i belligeranti, praticamente, per tutta la durata del conflitto. Le sue premesse si posero perfino ben prima dello scoppio ufficiale del conflitto nel continente europeo. Infatti: “Anche se la Battaglia dell’Atlantico ebbe il suo periodo cruciale nella seconda metà del 1942 e nella prima metà del 1943, per con sensibili variazioni di intensità essa si svolse ininterrottamente per sei anni, dall’inizio alla fine della guerra sul continente europeo. Anzi, a rigore si potrebbe dire che essa iniziò ancor prima della guerra stessa, dal momento che i primi U-Boote oceanici salparono dai porti della Germania per raggiungere le rispettive basi di guerra nell’Atlantico il 19 agosto 1939”. Consci anche degli errori strategici commessi nel Primo conflitto mondiale, sul piano navale, i tedeschi, nell’aprile 1940, ben prima (si badi bene) del crollo della Francia, decisero l’invasione della Danimarca e della Norvegia (“operazione Weserubung”), acquisendo così il controllo sulla sponda orientale del Mare del Nord, presupposto necessario per accedere alle “acque aperte” dell’Oceano Atlantico.

 
l'operazione "Weserubung"
 

Con la successiva sconfitta e resa della Francia (22 giugno 1940) il vantaggio strategico della Kriegsmarine accrebbe ulteriormente, potendo essa sfruttare i porti francesi sull’Atlantico, da cui far salpare unità sottomarine e di superficie, aggirando così lo Stretto di Danimarca, ovvero il passaggio fino ad allora, relativamente, più sicuro per le unità navali tedesche che volessero entrare nell’Atlantico settentrionale. Per Liddell Hart: “Il fatto che per quattro anni i tedeschi potessero utilizzare le basi navali francesi del Golfo di Biscaglia e il rifiuto dell’Irlanda a permettere agli Alleati di sfruttare le sue coste occidentali e meridionali (sebbene essa dipendesse largamente dai rifornimenti che i convogli le portavano) contribuirono in misura incalcolabile a determinare l’entità delle perdite alleate nell’Atlantico. E fu soprattutto grazie al controllo alleato sull’Irlanda settentrionale e sull’Islanda che almeno una rotta di accesso alla Gran Bretagna poté restare aperta”. In sostanza, l’area del nord Atlantico consentì, durante tutto il conflitto, che il cordone ombelicale il quale teneva unite le due potenze anglo-sassoni, non venisse reciso, permettendo un continuo, per quanto difficoltoso, flusso di rifornimenti verso l’Inghilterra e l’Unione Sovietica (attraverso le cosiddette “rotte artiche”, prima dirette verso il porto di Arcangelo poi a Murmansk, unico grande porto della Russia settentrionale libero da ghiacci). 

il teatro d'operazioni della "battaglia dell'Atlantico"

Queste, dunque (sarebbero), le radici storiche di natura strategico-militare alla base della nascita della NATO. Ne esistono anche altre, di natura più “ideologica”? Secondo alcuni sì. Ad esempio, il diplomatico canadese Escott Ried nella sua opera Time fof Fear and Hope (pubblicata nel 1977), pur non tralasciando il fatto che l’Alleanza Atlantica fosse nata, soprattutto, per il timore della minaccia politica e militare del comunismo sovietico, ha illustrato le origini profonde della NATO, radicate in una particolare “visione” (ideologia). Secondo Ried, la NATO sarebbe (anche) il “prodotto dell’elaborazione di un inner group anglo-americano-canadese con un background politico-culturale quasi esclusivamente wasp (white anglo-saxon protestant), attentamente costruito da quei centri di studio e di potere, come il Council on Foreign Relations ed il Royal Institute of International Affairs, creati sulle sponde dell’Atlantico all’indomani della prima guerra mondiale, la cui influenza sulla politica estera britannica e statunitense non può essere sottovalutata” (La nuova NATO, p. 41). 

 
“In questo senso l’Alleanza Atlantica fu il compimento di un processo iniziato almeno cinquant’anni prima di passaggio allo stesso tempo consensuale e conflittuale dalle egemonia mondiale della Gran Bretagna a quella degli Stati Uniti” (ibidem). Il vincolo tra le due sponde anglo-sassoni dell’Atlantico settentrionale, che durante la Seconda guerra mondiale aveva contribuito, dapprima, a far sì che l’Inghilterra non venisse travolta e poi che i porti inglesi diventassero la piattaforma di lancio per l’invasione della “fortezza Europa”, si evolse “in una partnership”, ma non tra eguali, bensì “in una sostituzione, non priva di brutalità, come in occasione della crisi di Suez, dell’influenza americana a quella britannica e francese” (ibidem, p. 42). Il progressivo estendersi dell’egemonia statunitense sull’Europa occidentale e nella NATO ha quindi risposto a esigenze non solo di tipo militare, ma anche più squisitamente “ideologiche”, derivanti, in particolar modo, dalla storia nazionale degli Stati Uniti. Appare lecito affermare dunque che nell’interesse “americano ai conflitti politici e militari in Europa confluirono sia l’approccio realistico di Theodore Roosevelt, lo << statista-guerriero >>, che quello idealistico di Woodrow Wilson, il << sacerdote-profeta >>, secondo le definizioni di Henry Kissinger. Riferendosi al primo, Kissinger ha osservato che << nessun altro presidente ha definito più compiutamente il ruolo mondiale degli Stati Uniti i termini d’interesse nazionale o identificato maggiormente l’interesse nazionale con l’equilibrio delle forze >>. Per Wilson la politica estera americana doveva invece puntare alla applicazione universale dei valori sui quali si fondava la democrazia statunitense, ritenuta moralmente superiore agli altri sistemi politici” (ibidem). In Franklin Delano Roosevelt, parente di Theodore, rispetto all’atteggiamento “verso i problemi europei e mondiali ritroviamo […] entrambi i filoni: contrastare il dominio di uno Stato totalitario in Europa non era solo un imperativo morale, ma rispondeva anche agli interessi di sicurezza degli Stati Uniti, la cui frontiere strategica poteva ben essere collocata sul Reno e la cui prima linea di difesa era costituita dall’esercito francese e dalla marina britannica” (ibidem). Nonostante per Roosevelt questo quadro strategico fosse chiaro, egli dovette tuttavia attendere che il suo consenso interno fosse consolidato, prima di schierarsi apertamente a fianco della Gran Bretagna: fino ad allora, le implicazioni di politica estera, contenute nei vari “Neutrality Act”, il primo dei quali votato dal Congresso nel  1930, avevano infatti limitato fortemente la libertà d’azione del Presidente democratico in tal senso. Le condizioni politiche interne favorevoli a Roosevelt si realizzarono con la rielezione per un terzo mandato (1940); da quel momento “gli Stati Uniti non erano più neutrali, si limitavano ad non essere formalmente in guerra” (ibidem, pp. 42-43). Tanto che Roosevelt si sentì abbastanza forte da sostenere apertamente che la sicurezza degli Stati Uniti dipendesse “in gran parte dall’esito della lotta tra la Gran Bretagna e l’Asse” (ibidem, p. 43), aggiungendo che, per gli Stati Uniti, la possibilità di tenersi fuori dal conflitto sarebbe stata influenzata da quell’esito. L’importanza del quadrante nord euro-atlantico per gli Stati Uniti è dimostrata dal fatto che già “nella primavera 1941 gli Stati Maggiori americani decisero, d’accordo con i loro omologhi britannici, che il teatro euro-atlantico e la sconfitta della Germania dovessero avere priorità assoluta e tale scelta venne in seguito mantenuta nonostante Pearl Harbor” (ibidem). Costituita la NATO, apparve quindi subito chiaro che, in caso di attacco da parte dell’URSS contro l’Europa occidentale, ovvero contro le principali potenze militari europee, Gran Bretagna e Francia, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a sostegno di Londra e Parigi. “Questa convinzione fu espressa nell’aprile 1946 dagli Stati Maggiori britannici, mentre, con significativo parallelismo, un mese prima era stato un comitato piani degli Stati Maggiori americani a sottolineare che era << vitale per la sicurezza degli Stati Uniti prevenire la sconfitta della Gran Bretagna >> e che quindi gli Stati Uniti avrebbero dovuto entrare il più presto possibile in un eventuale conflitto anglo-sovietico. Ma il punto era proprio questo: << il momento dell’entrata in guerra degli Stati Uniti non poteva essere previsto >>, osservarono ancora nel gennaio 1947 gli Stati Maggiori britannici” (ibidem). Fu così che da questo interrogativo nacque “la necessità di un trattato che garantisse l’entrata in guerra degli Stati Uniti fin dal primo momento”; la valutazione fu quella per cui “se fossero passati più di due anni come nelle due guerre mondiali, la civiltà europea non avrebbe retto alla seconda occupazione in un decennio da parte di una potenza totalitaria” (ibidem). Alla fine del 1947 il capo del Foreign Office, il laburista Ernest Bevin, lanciava il progetto di una “Western Union” (“Unione occidentale”). 

 
1949, il Presidente Truman firma il patto d'alleanza della NATO


Londra riteneva che, per giungere ad un impegno formale degli US in difesa del Vecchio continente, fosse, anche, necessario passare attraverso la creazione di una “unione euro-occidentale”. Il Governo di Sua Maestà con quella mossa intendeva cogliere due obiettivi. Da un lato offrire a Washington la garanzia di una coesione militare tra i due principali Stati dell’Europa occidentale (Gran Bretagna e Francia). E, dall’altro, ribadire implicitamente, facendola valere nei confronti degli Stati Uniti, la sua leadership in Europa, sottolineando, al medesimo tempo, verso quest’ultima la special relationship con i cugini d’oltre Atlantico. Quello che pare importante sottolineare è che Bevin intendeva il sostegno americano come necessario ma temporaneo. Egli: “si illudeva potesse essere una misura di emergenza e quindi temporanea”, tanto che affermò: “Dovremmo usare l’aiuto degli Stati Uniti per guadagnare tempo, ma il nostro fine ultimo dovrebbe essere di conseguire una posizione nella quale i Paesi  dell’Europa occidentale possano essere indipendenti sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica” (ibidem, p. 44). Che cos’era dunque il “Patto di Bruxelles” del 17 marzo 1948? Un passo concreto verso un’integrazione, anche nel campo della difesa, dell’Europa occidentale? O unicamente un’esca lanciata all’indirizzo degli Stati Uniti? La risposta arrivò quando Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada, a fine marzo dello stesso anno, fecero sapere che la preventiva adesione ad esso non era una condizione indispensabile per la partecipazione di uno Stato europeo al sistema nord-atlantico. Peraltro, tra gli europei, nacquero subito gelosie. La Francia, ad esempio, era insofferente della preponderanza esercitata dagli inglesi: il comando militare del “Patto di Bruxelles” era affidato al Maresciallo Montgomery, l’eroe della guerra in nord Africa e i francesi desideravano sostituirlo con un comandante americano. Di fatto, la fine dell’egemonia inglese rappresentò unicamente il passaggio a quella americana. Altre obiezioni, all’allargamento agli Stati Uniti, di natura più strategica e meno “campanilistica” vennero dall’Italia. L’Ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio, pose l'interrogativo se gli americani fossero in grado di tenere l’Italia, in caso di conflitto, e non solo di garantirne la liberazione a guerra finita. Acuta fu, anche, l’osservazione dello statista belga Paul-Henri Spaak, che spiegò come: “qualunque guerra ora sarebbe una guerra tra Russia e America, con l’Europa che aiuta l’America: dovrebbero perciò essere gli americani a corteggiare noi, non noi loro” (ibidem, p. 46). Certamente rimaneva un dato strategico di fondo: l’importanza, per gli Stati Uniti, che l’Europa (occidentale) non cadesse sotto occupazione sovietica. I Paesi europei erano, inoltre, più divisi che mai e gli americani si agevolarono di tale situazione, rifiutandosi di considerare gli Stati del “Patto di Bruxelles” come un’unica entità, trattando con essi singolarmente, anche per piegarli meglio alle loro richieste, secondo la vecchia, ma sempre valida, formula del divide et impera. Alla fine la Gran Bretagna fu costretta ad abbandonare ogni aspirazione alla leadership in Europa (occidentale). Tanto che già “nella primavera 1949 il Foreign Office concluse che una posizione indipendente dell’Europa negli affari mondiali non era realistica” (ibidem, p. 47). Gli inglesi, con sommo pragmatismo, conclusero come non rimanesse “che la via della << più stretta associazione con gli Stati Uniti >>; la Gran Bretagna poteva al massimo sperare di poter svolgere il più a lungo possibile quel ruolo di consigliere del nuovo principe che Harold Macmillian [1894-1986; Primo Ministro del Regno Unito dal 1957 al 1963, ndr] aveva già individuato nel 1944 con la sua metafora che paragonava i britannici agli antichi greci e gli americani agli antichi romani” (ibidem). Le divisioni e le gelosie all’interno degli europei tuttavia non diminuirono. Anzi, i francesi, soprattutto dopo la salita al potere di De Gaulle, vedevano sempre più nella Gran Bretagna il “cavallo di troia” degli interessi americani, considerando, di fatto, le isole britanniche come un corpo estraneo all’Europa. Nel frattempo, la Gran Bretagna metteva in pratica la metafora di Macmillian, attraverso la cooptazione dei leaders statunitensi nel proprio sistema di alta formazione post universitaria. Ad esempio, attraverso la borsa di studio “Cecil Rhodes” (The Rhodes Scolar ship) che attirò, e attira ancora oggi, diversi (futuri) leaders americani: basti ricordare, tra gli ultimi, il Generale Wesley Clark (borsista nel 1966) ex SACEUR (Supreme Allied Commander in Europe) NATO, l’ex Capo della Casa Bianca Bill Clinton (nel 1968) o l’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente degli Stati Uniti, Susan Rice (nel 1986).

 
La Francia, dal canto suo, imboccava coscientemente la via del “dissenso”. Nell’aprile 1950 Parigi faceva notare che era suo interesse: “conservare la massima libertà d’azione" e evitare "che si producesse un appiattimento forzoso “dei membri dell’alleanza atlantica” (ibidem, p. 48). Stavano maturando i semi della futura uscita della Francia dalla struttura militare integrata della NATO. Inoltre, è “da notare che l’Alleanza Atlantica dei primi anni rispondeva solo molto parzialmente alle esigenze che avevano spinto gli europei a concluderla. Era infatti di dominio pubblico che l’alleanza << assicurava la liberazione dell’Europa occidentale da un invasore, ma non la garantiva contro l’invasione >>; era molto più un patto di garanzia politica basato sul concetto di deterrenza che un’alleanza militare integrata; gli Stati Uniti non avevano intenzione di aumentare la loro presenza militare sul continente e non entrarono in alcuno dei tre gruppi strategici regionali dell’alleanza relativi all’Europa” (ibidem). Non solo, ma la “stessa garanzia atomica non era certa”, infatti “l’esplosione della bomba sovietica indusse gli americani a chiedersi se fosse opportuno difendere l’Europa occidentale con armi atomiche, rischiando una rappresaglia dello stesso tipo sul loro territorio” (ibidem). Questi “scrupoli”, portarono “all’inizio degli anni ’60 all’adozione della strategia della risposta flessibile e controllata, con la conseguente crisi di credibilità del deterrente atomico americano. Così nel novembre 1949, nel primo piano strategico a medio termine, gli Stati Maggiori americani, riferendosi alla bomba atomica, sostituirono l’espressione will be used con la  meno impegnativa may be used”. Nel frattempo l’impegno americano a difesa dell’Europa occidentale “era però costato agli europei la perdita della loro autonomia in campo militare” (ibidem, p. 49). Il 1953 rappresentò un punto di svolta per l’Alleanza Atlantica, perché con “le trasformazioni delle strutture militari e politiche provocate dalla guerra di Corea […] divenne a tutti gli effetti la NATO” (ibidem), così come la conosciamo ancora oggi. Vennero infatti sciolti i gruppi strategici regionali, sostituiti dai comandi militari integrati della NATO. Di fatto, veniva meno ogni residua autonomia europea in ambito militare. Il “Patto di Bruxelles”, i cui organi militari avevano, anche, la funzione di gruppo strategico per l’Europa occidentale, divenne un guscio vuoto. Il tentativo britannico di assumere la leadership militare dell’Europa occidentale era fallito, grazie anche alle gelosie dei francesi che preferirono l’ascesa americana piuttosto che favorire gli inglesi. Ciò, come detto sopra, sancì l’egemonia a stelle strisce nella NATO, fatto che, a sua volta, determinò l’uscita della Francia dal comando militare integrato dell’Alleanza (1966 –solo nel 2009 Parigi annunciò il suo rientro). Peraltro, l’ingresso stesso dell’Italia nella NATO fu supportato da Parigi con l’intenzione di controbilanciare con una “potenza” mediterranea (e continentale) il peso di Stati nord-atlantici e “oceanici”, come Gran Bretagna e Stati Uniti. Il risultato fu di aprire ulteriormente alla NATO aree che, almeno fino ad allora, non aveva considerato come di suo precipuo interesse, come ad esempio il Medio Oriente. In sostanza, ogni azione della Francia volta a rimarcare la propria autonomia aveva come razione un maggiore radicamento dell’egemonia statunitense e in generale delle strutture della NATO.
Con la fine della Guerra Fredda (1989) e il crollo dell’URSS (1991) la NATO si vede “costretta” a (ri)considerare le ragioni della sua esistenza. Le trova in un mutamento della propria “dottrina strategica” che rinnova la mission, sancendo il diritto di “ingerenza umanitaria”, anche “out of areas” (fuori dal proprio spazio geo-politico), attraverso operazioni di “peacekeeping” o “peace enforcement”. Gi interventi nelle guerre nella ex Jugoslavia (1991-1995) e soprattutto in Kossovo, nel 1999, sono (stati) il principale esempio di questo adattamento alle esigenze dei tempi nuovi. Contemporaneamente prendeva avvio il processo di allargamento nell’Est Europa, includendo Paesi dell’ex blocco sovietico e dell’ex “Patto di Varsavia”. Non solo; l’Alleanza si è messa a disposizione delle Nazioni Unite, quale strumento di “polizia internazionale”, come, ad esempio, durante la recente crisi libica (2011), quando le strutture della NATO hanno consentito ai Paesi membri di ottemperare alle disposizioni vincolanti della Risoluzione 1973 (operazione Unified Protector) che autorizzava l’intervento. 


Oggi la NATO comprende 28 Stati membri (Member Countries) e 41 Stati “Partners”, questi ultimi suddivisi in quattro grandi aree istituzionali. L’Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC), che ha proiettato l’Alleanza fin nel cuore dell’Asia Centrale. La NATO’s Mediterranean Dialogue, che include, tra gli altri, Egitto, Israele e Giordania. La Instabul Cooperation Initiative (ICI) che raggruppa quattro Paesi del Golfo: Barhain, Qatar, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Infine i “Partners across the globe”, che, includendo Paesi quali il Giappone, la Corea del Sud, la Mongolia e l’Australia, fa sì che l’abbraccio della NATO arrivi, oramai, fino alla regione dell’Asia-Pacifico. Quali sfide il prossimo futuro presenterà alla NATO è difficile prevedere. Tre paiono oggi le principali questioni che potrebbero generare “attriti”: l’ulteriore allargamento verso l’Est Europa (vedi la recente crisi ucraina) il confronto geo-politico con la Russia e infine l’incognita mediorientale, rappresentata soprattutto dal programma nucleare iraniano. L’Europa (occidentale) rimane fondamentale, così come ha scritto Zbignew Brzezinksi nella sua The Gran Chessboard (pubblicata nel 1999), per un “dominio ad ampio spettro” dell’ “isola mondo”, l’Eurasia. Dal 2001 inoltre, il quadro internazionale ha visto l’ingresso di un nuovo attore sulla scena: la ‘Shanghai Cooperation Organization’ (SCO), fondata da Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese, Kazakistan, Kirghisia, Turkmenistan e Uzbekistan. La partita geo-politica mondiale, dunque, pare ancora tutta aperta.

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