"Imperare sibi maximum imperium est"

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venerdì 28 febbraio 2014




Venti di guerra in Europa: Putin mobilita le Forze Armate

  
[pubblicato  su "Milano Post", giovedì 27 febbraio]
 
Dopo la caduta violenta del Presidente legittimo ucraino Vitkor Yanukovich le tensioni in Ucraina non paiono destinate a cessare. Come riferito dall’agenzia di stampa russa Interfax, ripresa dalla Reuters, dalle 14,00 di ieri pomeriggio, (le 11,00 ora italiana), le forze del distretto militare occidentale della Federazione Russa sono in stato di allerta. Il Presidente Putin ha infatti ordinato un’esercitazione d’urgenza che comprende due dei quattro Distretti militari in cui è suddivisa la Russia, ovvero i Distretti Occidentale e Centrale. Lo scarno comunicato rilasciato dal ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, afferma che “in conformità a un ordine del presidente della Federazione Russa, le forze del distretto militare occidentale sono state messe in allerta alle 14 di oggi [ieri, mercoledì 26 febbraio, ndr]”. Sempre nella giornata di ieri a Simferopoli migliaia di manifestanti filo ucraini avevano invaso il parlamento regionale della Repubblica Autonoma di Crimea abitata in maggioranza da popolazione russofona. La folla, dopo avere travolto le forze di polizia schierate a protezione del parlamento, aveva fatto irruzione nell’edificio. I manifestanti erano appartenenti alla minoranza tatara e secondo le fonti di agenzia protestavano contro la riluttanza delle autorità locali nel riconoscere la nuova compagine governativa instauratasi a Kiev dopo le dimissioni di Viktor Yanukovich. Da alcuni giorni sui principali edifici pubblici della Crimea, secondo quanto riportato dai media, la popolazione di origine russa avrebbe issato la bandiera di Mosca sostituendola a quella ucraina. L’emergere del nazionalismo ucraino, alimentato da alcuni dei partiti di estrema destra che hanno guidato le manifestazioni di piazza dei giorni scorsi, ha suscitato sentimenti anti russi che rischiano di ripercuotersi sulla minoranza russa che abita la Crimea. La Russia non sta a guardare, tanto che nei giorni scorsi erano giunte notizie riguardanti l’arruolamento di volontari russofoni a Semferopoli (capitale della Repubblica Autonoma di Crimea) e perfino di cittadini russi a Mosca. I mass media riportavano anche movimenti di blindati russi a Sebastopoli. Alcuni commentatori ritengono che qualora la Crimea annunci la secessione da Kiev Mosca potrebbe intervenire in sua difesa come fece durante la guerra russo-georgiana nel 2008 quando le divisioni corazzate russe protessero l’Ossezia del Sud, regione russofona facente parte della Georgia. Fino a ieri il ministro russo degli Esteri Serghei Lavrov ha voluto smorzare ogni possibile tensione affermando che la Russia non intende interferire negli affari interni dell’Ucraina. Giungeva anche la notizia che la Crimea non intendesse proclamare la secessione. Tuttavia che qualcosa a Mosca si stesse movendo lo si era percepito martedì scorso (25 febbraio) quando il Presidente Putin convocava una riunione “al vertice” con i titolari dei Ministeri degli Esteri, della Difesa, degli Interni, i Presidenti della Duma (Parlamento federale), il Primo Ministro Dmitri Medvedev  e i direttori dei servizi d’intelligence (spionaggio e controspionaggio). Al termine dell’incontro Medvedev aveva rilasciato una dichiarazione spiegando come si ponessero sostanziali problemi di legittimazione per quanto riguarda la nuova leadership ucraina. Il Cremlino ha inoltre fatto sapere di avere sospeso il versamento di una nuova tranche di aiuti finanziari che erano stati concessi all’ex Presidente Yanukovich dopo che questi si era rifiutato di firmare l’accordo di associazione alla UE. Si è affermato anche che Mosca possa decidere di rivedere gli accordi sul prezzo del gas, che era stato sensibilmente ridotto e che tuttavia deve essere confermato ogni tre mesi. La notizia più eclatante è però quella relativa alle indiscrezioni circa l’intenzione attribuita a Putin di volere concedere il passaporto russo a tutti gli abitanti russofoni della Crimea. Questo gesto, se realizzato, potrebbe costituire il motivo per un intervento di Mosca a difesa della Crimea qualora Kiev ne minacciasse la popolazione provocando scontri etnici, ovvero se quella parte di Ucraina dovesse alla fine decidere per la secessione e autoproclamarsi indipendente. Per gli analisti l’eventuale intervento (militare) russo potrebbe quindi seguire il modello già adottato nel 2008 in Georgia. Anzi, sarebbe perfino agevolato, disponendo Mosca di forze già in loco, in particolare nella base di Sebastopoli, sede della sua Flotta del Mar Nero. A Sebastopoli infatti non sono dislocate solo unità navali, tra cui l’incrociatore lanciamissili Moskva, ma anche unità di fanteria di marina. In particolare l’810° Reggimento di Fanteria di Marina composto da circa 1.000 uomini e dotato di veicoli blindati tipo BTR-80 e BMP. Proprio in Crimea, a Yalta, nel 1945 le potenze vincitrici del Secondo conflitto mondiale siglarono gli accordi che hanno assicurato l’equilibrio mondiale per più di cinquant’anni, determinando le reciproche sfere d’influenza di Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi per un paradosso della storia questi equilibri paiono essere messi pericolosamente in discussione proprio là dove erano stati concordati. Mosca considera infatti l’Ucraina come uno Stato satellite, vincolato alla Russia da questioni geopolitiche, economico-finanziarie e non ultime militari. Dal canto loro UE e Stati Uniti (ovvero la NATO) vorrebbero strappare Kiev all’abbraccio di Mosca e portare l’Ucraina nella loro sfera d’influenza. Questo è però un gioco pericoloso perché rischia di mettere in discussione uno status quo che i russi considerano come un dato di fatto acquisito. Fino ad oggi la “guerra” degli equilibri ucraini è rimasta limitata alla sola sfera politica. I vari balletti elettorali con i quali negli ultimi anni si è assistito all’alternarsi di leadership filo occidentali (Yulia Timoshenko) a leadership filo russe (Yanukovich) sono stati infatti dettati in ultima analisi dalla volontà, ora di Mosca, ora dell’occidente, di avere un governo amico alla guida dell’Ucraina. Fino ad oggi. Perché con la rivolta dei giorni scorsi che, di fatto, ha spodestato con la forza un presidente come Yanukovich, che per quanto criticabile era pur sempre legittimo, il campo d’azione si è (pericolosamente) spostato verso l’uso della forza. Ecco perché ora la crisi ucraina è entrata in una fase molto delicata in cui un minimo errore da parte di uno dei due principali grandi contendenti (Stati Uniti e Russia) rischia di portare ad una situazione in cui potrebbero essere le armi, e non più la politica, il principale strumento di risoluzione. Molto dipende dalla ventilata secessione della Repubblica Autonoma di Crimea. In passato alcuni, noi compresi, avevano scritto anche dell’ipotesi che l’intera parte orientale russofona dell’Ucraina potesse staccarsi da Kiev. Vi è tuttavia una differenza sostanziale rispetto allo scenario di oggi. Allora la secessione era vista come un’ipotesi per scongiurare una guerra civile. Ora questa possibilità potrebbe invece essere il detonatore di un sanguinoso bagno di sangue, che con molta probabilità non lascerebbe indifferenti la NATO  e la Russia, innescando una nuova guerra in Europa.



Roberto Motta Sosa

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