"Imperare sibi maximum imperium est"

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martedì 25 febbraio 2014





La strategia ucraina di Washington: passare da Kiev per arrivare a Teheran? 

[pubblicato su "Milano Post", il 23 febbraio 2014]




L’inviato speciale russo, Vladimir Lukin arrivato a Kiev da Mosca nei giorni scorsi per mediare tra le parti, non ha apposto la sua firma all’accordo di massima raggiunto venerdì (21 febbraio) tra governo ucraino e opposizione. “Alcuni questioni rimangono aperte – ha spiegato Lukin – le consultazioni proseguiranno, è normale”. Detta in soldoni sono due gli aspetti principali che interessano Mosca nella spinosa questione ucraina. Uno, di natura geopolitica e geoeconomica, riguarda gli interessi finanziari di alcune banche russe che hanno investito in Ucraina e i gasdotti che, passando sul territorio ucraino, portano il gas delle aziende di Stato russe verso ovest per alimentare il consumo domestico e industriale europeo. E l’altro di tipo espressamente militare, perché relativo al ruolo che ricopre in termini strategici la base della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli, in affitto alla Marina Militare russa fino al 2042. Perderla significa per Mosca essere cacciata dal Mediterraneo, ritrovarsi i missili, le navi e i radar NATO a un passo dal suo Caucaso e a un tiro di schioppo. In terzo luogo la base navale di Sebastopoli permette alla Russia di proiettare il proprio “sea power” fino al Medio Oriente quindi di proteggere (se necessario) la Siria. Senza contare che Putin sa benissimo che qualora in Ucraina l’opposizione filo-occidentale dovesse prendere il potere per mezzo della “legittimazione morale” derivante da una rivoluzione “civile” di piazza i prossimi obiettivi di queste “primavere europee” potrebbero benissimo essere la Bielorussia del fido Lukashenko e infine la Russia stessa (esperimenti in tal senso, peraltro subito abortiti, erano già stati tentati nel recente passato sia a Minsk che a Mosca). Gli Stati Uniti e la NATO in tal modo vincerebbero una sorta di “guerra mondiale” geopolitica contro la Russia senza nemmeno combatterla. Citando e parafrasando Sun Tzu: sconfiggerebbero “il nemico senza bisogno di combattere”. Si realizzerebbe così anche quanto indicato dallo stratega americano (ma di origine polacca) Zbignew Brzezinski nel suo saggio The Gran Chessboard. American primacy and its geostrategic imperatives (“La grande scacchiera. La supremazia americana e i suoi imperativi strategici”). 






In quel suo saggio del 1998  Brzezinski suggeriva come il dominio dell’Eurasia fosse la via per il consolidamento (dopo la fine della Guerra Fredda) dell’egemonia mondiale esercitata dagli Stati Uniti quale unica superpotenza. In questo senso Sebastopoli può forse a buon diritto essere considerata una sorta di chiave di volta strategica. Da questa base infatti le unità da guerra russe salpano per passare lo Stretto dei Dardanelli ed entrare nel Mediterraneo orientale. Così hanno fatto i russi nella recente crisi siriana (agosto/settembre 2013) schierando pressoché l’intera Flotta del Mar Nero a difesa della Siria (sulla cui costa, a Tartus, mantengono una base navale di appoggio). Il dispiegamento delle unità russe rappresentò in quel frangente la condizione militare sufficiente perché Obama rinunciasse ad attaccare Damasco. Una questione di natura prettamente militar-strategica unisce infatti Ucraina, Siria e Iran come le tessere di un domino. Iran e Siria sono legate da una intesa finalizzata al reciproco sostegno militare (che include pure Hezbollah in Libano). L’Iran è inoltre membro osservatore della ‘Shanghai Cooperation Organisation’, l’alleanza militare che unisce Mosca e Pechino. Non si può attaccare l’Iran, come vorrebbero alcuni “falchi” negli Stati Uniti e in Israele, senza prima eliminare la spina nel fianco rappresentata da Siria e Hezbollah (quest’ultimo in particolare rappresenta una costante minaccia nei confronti del territorio israeliano). Per eliminare la Siria tuttavia è necessario prima “neutralizzare” il fattore che per Damasco costituisce un potente ombrello protettivo diplomatico e militare, ovvero la Flotta russa del Mar Nero. Perché i “falchi” americani e israeliani vogliono attaccare l’Iran? Per due motivi distinti che tuttavia li unisce in una comune visione d’intenti. Per Washington si tratta di realizzare, tramite lo strumento militare, il tanto desiderato “regime change” (auspicato e teorizzato soprattutto sotto l’ultima Amministrazione repubblicana “neo-con”) rimuovendo manu militari quella fazione della classe dirigente iraniana considerata più “fanatica” e meno propensa ad un compromesso fondato sui principi del sano pragmatismo economico. In sostanza gli Stati Uniti vogliono tornare a fare affari con Teheran dopo la lunga pausa iniziata con il rovesciamento dello Scià (oggi i primi due partner commerciali dell’Iran sono la Francia e l’Italia). Non meno importante è la possibilità di potere controllare o influenzare attraverso un regime (di nuovo) amico (come era quello dello Scià Reza Pahlavi) la politica energetica iraniana che rifornisce il gigante cinese perennemente assetato di petrolio e gas (nonché secondo Paese detentore del Debito estero statunitense: un’arma formidabile in mano al Partito comunista cinese). Non va dimenticato infatti che attraverso lo Stretto di Hormuz (pattugliato dalla Marina militare iraniana) passano ogni giorno 17 milioni di barili di greggio, ovvero i 2/5 del trasporto energetico marittimo mondiale. L’obiettivo di Israele è invece quello di spezzare una volta per tutte la “spada di Damocle” rappresentata dalla potenziale minaccia del programma nucleare iraniano, che gli israeliani sospettano abbia finalità militari e non civili come invece sostenuto da Teheran. Vi è infine la non meno rilevante questione della “Convenzione di Montreux”. Siglata nel 1936 (e ancora oggi in vigore) essa regola il traffico navale, mercantile e militare, sia in tempo di pace che di guerra, di tutte le unità che vogliono entrare nel Mar Nero attraverso l’unico passaggio obbligato, ovvero lo Stretto dei Dardanelli, le cui sponde sono entrambe in territorio turco. Secondo gli articoli della Convenzione il passaggio e lo stazionamento delle navi dei Paesi non rivieraschi nelle acque del Mar Nero è soggetto a limitazioni di tonnellaggio, numero di unità e tempo. Ogni nave da guerra deve comunicare alla Turchia (Stato garante della Convenzione) con un certo preavviso l’ingresso nel Mar Nero. Le navi possono quindi stazionare per un periodo non superiore a ventuno giorni (Sezione II, art. 2 della Convenzione). Cessato questo lasso di tempo le imbarcazioni devono uscire dal Mar Nero e ripetere la procedura d’ingresso. Se uno o più Paesi rivieraschi (Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), ovvero la maggioranza di essi, dovessero ritenere opportuna una modifica alla Convenzione questi vincoli potrebbero anche venire meno, permettendo, ad esempio, a unità navali americane o della NATO di incrociare senza (più) vincoli temporali nel Mar Nero, vale a dire a ridosso della base russa di Sebastopoli e delle coste della Russia meridionale. Per questi motivi pare di potere dedurre che il principale motivo ispiratore di qualsiasi soluzione diplomatica della crisi ucraina sarà determinato con ogni probabilità dalla pura e semplice Realpolitik. Poco importa a Mosca quale soluzione si adotterà in Ucraina: se elezioni anticipate o una secessione delle regioni orientali russofile (Crimea compresa), oppure entrambe le opzioni. I punti importanti per il Cremlino saranno la difesa della base navale di Sebastopoli, il mantenimento degli accordi sui gasdotti passanti sul territorio ucraino (nonché sul Blue Stream e sul South Stream, che corrono sotto le acque del Mar Nero), la tutela degli investimenti finanziari russi e il rispetto dello status quo strategico-militare rappresentato dalla Convenzione di Montreux soprattutto per quanto riguarda le navi delle marine militari dei Paesi non rivieraschi. Un’ennesima partita geopolitica tra Washington e Mosca, che vede come epicentro la vecchia Europa, pare dunque essere entrata nel vivo. La grande esclusa è però proprio l’Unione europea, incapace (ancora una volta) di avere un peso specifico perfino nel suo naturale bacino geografico, prima ancora che geopolitico.

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